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27 luglio 2012

Quattro chiacchiere con gli Aucan sulla questione del file-sharing

Cosa deve fare una band per sopravvivere alla presunta apocalisse del file-sharing: suonare più concerti? abbassare i prezzi dei dischi? Voi cosa fate?

Jo: L’unico modo di sopravvivere è affiliarsi a una setta di Illuminati.
F: Parlare di “apocalisse del filesharing” mi sembra un po’ esagerato. Il problema è più complesso: di per sé il filesharing è una risorsa preziosa per scoprire artisti nuovi. Certo, se ne fa un pessimo uso.

Chi sono i maggiori responsabili della crisi del mercato discografico agli occhi di una band indipendente? C’entrano di più le major o gli utenti?

Jo: Il mercato è saturo e le persone curano la propria relazione con la musica in maniera superficiale.
F: è molto difficile costruirsi un orientamento musicale approfondito, e questo non è colpa né delle label né dei singoli ascoltatori. Nella società contenporanea siamo chiamati a rispondere quotidianamente a milioni di stimoli, abbiamo infinite possibilità, ma poi non spendiamo tempo ed energie nelle cose che contano.

Se gli utenti-ascoltatori sono in parte responsabili della crisi, come li si convince a pagare la musica che ascoltano? L’editoria ha preso una strada virtuosa nel campo digitale, anche grazie all’esperienza storica degli errori fatti qualche anno prima, ai tempi della nascita degli mp3, puntando molto su due cose: attenzione ai device e prezzi ridotti. Pensi che si possa fare qualcosa di simile in musica?

F: la gente non compra i dischi perchè li scarica e poi non li ascolta nemmeno. Mi sembra un problema anzitutto culturale: chi ascolta 20, 50 volte un disco, poi se lo compra. Non mi sembra una questione di prezzo.


Vi convincono le alternative future o futuribili all’ascolto della musica a pagamento – Spotify negli Stati Uniti, Deezer e Sony Music Unlimited nel resto del mondo? E se non ti convincono, perché?

Jo: Compriamo solo vinili.

Matteo Bordone ha scritto che non è con Spotify, Soundcloud e Youtube che si pagano maestranze e produzioni per creare la grande musica del passato. Si può far musica di qualità con meno soldi di quanti ne avevano a disposizione le etichette nei decenni passati?

Jo: James Blake ha fatto un disco in cameretta e ha venduto credo più di qualche decina di migliaia di copie. Ma lo fece anche Cat power anni fa. E anche Devendra Banhart. E, se gli si vuole credere, anche Aphex Twin. Anche Mozart penso che non avesse spese molto elevate a livello di recording cost…
F: Il crollo delle vendite ha spinto gran parte dell’economia musicale (e quindi delle risorse) verso la produzione dei live, anche a discapito della musica “incisa”. La maggior parte dei dischi oggi non sono che raccolte di singoli.

Attualmente pubblicate per La Tempesta, un’etichetta che può permettersi sempre più eventi importanti che fanno bene alla scena come, di recente, La Tempesta Gemella. Attraverso Universal, avete anche una distribuzione internazionale. Qual è l’accoglienza che avete avuto in giro per l’Europa? Credete che la musica indipendente italiana abbia più o meno possibilità del pop nostrano di conquistare posizioni nel mercato europeo?

Jo: Attualmente pubblichiamo per varie etichette, due francesi (Africantape e JarringFX), una in Giappone e per La Tempesta e Tannen in Italia. L’ultimo disco è stato rilasciato anche dal nostro collettivo “Aucanize.com” in free download. Il tour è andato sopra ogni aspettativa con alcune date sold out. Il pop Italiano può sfondare in sudamerica e anche in Russia sempre che chi fa pop italiano sappia cantare in lingua russa o in portoghese o in spagnolo.
F: Di più: il pop italiano ha grandi potenzialità anche a San Marino, in Vaticano, in buona parte della Svizzera, a Malta, forse anche un po’ in Libia e nei paesi adiacenti.

La foto in apertura è di Leatherheart.

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