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1 marzo 2012

Senza tempo, senza ordine, senza indirizzo / Bulgaria

All’asilo abbiamo giocato alla guerra. Sono tornato a casa ferito, stanco e con la barba lunga.

Ivan Kulekov, autore di Senza tempo, senza ordine, senza indirizzo (Bez vreme, bez red, bez adres) è nato nel 1951 a Hirevo, un paesino di pochi individui. Bulgari.

Lui, il ragazzino più sveglio della provincia, ha studiato letteratura bulgara a Sofia. Fin da allora, da quando sedeva sui banchi dell’università, ha disegnato caricature, persuaso che l’avrebbe aiutato a concentrarsi su un’idea. E a sintetizzarla il più possibile.

In seguito ha lavorato in radio, in tv e, nel 1996, si è nientemeno che candidato alle elezioni presidenziali. Perdendole.

Ivan Kulekov ha fatto diverse cose, ma non ha mai smesso di scrivere.

Senza tempo, senza ordine, senza indirizzo, uscito in Bulgaria nel 1998, è un libro che leggi in mezz’ora. In tram, mentre sei in coda alle poste o chiuso nel wc dell’ufficio.

Ci sono molte vignette e alcune fotografie, ma soprattutto paradossi, aforismi acidi e una sorta di umorismo bulgaro.

Si ride, ma si sente anche un’inconfondibile acidità nello stomaco.

Interrogo la cassetta delle lettere. Voglio estorcerle la prova che esisto. Frugo nel suo occhio. Strappo la sua bocca. Squarcio il suo stomaco. Qualcosa cade ai miei piedi. La bolletta della luce.

E un gran senso di disagio.

Senza tempo, senza ordine, senza indirizzo riesce a farti sorridere facendoti sentire solo. Non nella tua stanza, ma nel suo mondo, perché Ivan Kulekov è uno di quegli scrittori che con poche righe ti offre un immaginario.

E poi cerca di riderne.

Un tizio di un posto dove la gente si divide in nostri e vostri, non sapeva da che parte stare. Un giorno però non gli chiesero tu da che parte stai e lui capì di non essere dalla parte di quelli che ti chiedono tu da che parte stai.

Senza ordine, senza tempo, senza indirizzo è un libretto che ti sta nella tasca della giacca nonostante sia pieno di idee.

“Potere” e “libertà” sono le parole più ricorrenti del libro (“libertà” compare 16 volte in 120 paginette, comprese le immagini). Libertà. Che parola, libertà.

Che diavolo sarà, poi, ‘sta libertà? Chissà chi lo sa.

Intanto, mentre ridi del suo umorismo severo, in Senza tempo, senza ordine, senza indirizzo, trovi frasi tipo:

Se non continuo a pensare di essere libero sono perduto.

Senza ordine, senza tempo, senza indirizzo, di Ivan Kulekov, è edito da Voland (2001). Ha 120 p. e costa circa 7 carte.

14 febbraio 2012

La città di pietra / Albania

Argirocastro, Albania.

II guerra mondiale.

“Tutti i processi circa i beni immobili sono temporaneamente sospesi a causa dell’incendio del catasto. Cinema: domani Grand Hotel con la celebre attrice Greta Garbo […] Attualmente l’uomo più pesante della città è Akif Kashah: 150 kg […] Ieri sono state riaperte le porte della prigione […] Il nostro concittadino T. V. ha bevuto 30 caffè uno dietro l’altro […] Si avvertono i lettori che la scadente qualità dell’ultimo numero del giornale e l’eventuale presenza di errori sono dovute al fatto che la settimana scorsa ho sofferto di stomaco.

Il caporedattore”.

Ismail Kadaré è nato qui, a Argirocastro, nel 1936. Ismail Kadaré ha scritto qualcosa come trentacinque romanzi, una dozzina di saggi, una decina di raccolte di poesie e diverse sceneggiature. Il libro da cui è tratto il passo che hai appena letto è La città di pietra, un romanzo pubblicato nel 1991 in cui Kadaré racconta la sua città e una parte della II guerra mondiale.

Ma, soprattutto, racconta l’insofferenza del popolo albanese rispetto ogni forma di istituzione politica indotta.

“L’Albanese, questo povero sventurato, corre da secoli con un carico di ferraglia sulla schiena. Gli altri pensano a nutrirsi, noi pensiamo soltanto a batterci”.

Un popolo irascibile che non segue nessuna legge. Anzi, una sì, una la segue.

La legge più importante tra tutte le leggi: la legge della “Besa”.

La Besa è la “parola data”, un impegno tra due uomini con cui ci si gioca l’onore.

Dall’impero romano in poi, la città di pietra di Kadaré è stata terra di conquista praticamente per chiunque si trovasse a passare di lì con un minimo di organizzazione bellica: normanni, bizantini, turchi, greci, tedeschi e persino italiani, i quali, come al solito, hanno lasciato un ricordo indelebile:

“Fin dal primo momento del loro arrivo si era capito che erano dei cicisbei, disse zia Gemò. Dio sa se ne ho visti di eserciti, ma non avrei mai pensato di incontrare un giorno dei soldati profumati”.

Tra gli iracondi abitanti della città di pietra, ci sono ragazze sparite nei pozzi o fatte fuori con la yuk (biancheria da letto), i comitagi (capo bandito o partigiano), le sposine e le loro suocere (katempika), vecchie sagge ma anche un po’ ignoranti.

“Mi chiedevo come potesse essere venuta agli uomini l’idea di accumulare tante pietre e tanto legno per fare tutti quei muri e quei tetti e dare poi a quel gran ammasso di strade, di case e cortili, di tetti e di comignoli il nome di città”.

E poi? E poi c’è diversa altra roba, come un braccio strappato a un aviatore inglese che diventa una reliquia, un abbraccio tra una ragazza barbuta e un giovane testardo, inserti di cronaca, amuleti, malocchi e l’inizio, nefasto, dell’era comunista in un Paese che non vuole essere soggiogato da nessuno se non dal proprio buonsenso.

La città di pietra, di Ismail Kadaré, è edito da TEA (2009). Ha 219 p. e costa circa 9 carte.

Le fotografie sono estratte da Veduten und Landschaften di Elger Esser

1 febbraio 2012

Inšallah Madona, inšallah / Bosnia


Miljenko Jergović, classe 1966, è nato a Sarajevo. Dunque è Bosniaco. Ha studiato filosofia e sociologia e a 22 anni ha pubblicato una raccolta di poesie.

Ha scritto romanzi, raccolte di poesie e racconti. Inšallah Madona, inšallah, è del 2004. Inšallah Madona, inšallah non è una raccolta di racconti, non è un romanzo, non è un saggio, non è un’antologia e nemmeno una raccolta di poesie.

E quindi? E quindi è una sorta di poema che ha origine intorno alla tradizione popolare bosniaca delle sevdalinke. Le sevdalinke sono canzoni popolari cantate dai klape, che sono antichi gruppi canori dalmati.

Le sevdalinke di Inšallah Madona, inšallah sono 19. Qui, in questi 19 poemi, troverai eventi storici come la battaglia di Lepanto, matrimoni zingari dei primi del ‘900, il turismo di guerra dopo i vari genocidi balcanici, le tradizioni famigliari slave, la musica, il cinema, la poesia e parecchie risate.

Portarono una ragazza piccola, minuta e misera, le si vedeva ogni costola. I suoi capelli erano più sottili della cacarella quando ti ingozzi di anguria e l’annaffi con l’acqua fredda, ma i suoi occhi erano vivi, brillavano saltando da una meraviglia all’altra.

Le sevdalinke.

Jergović ascoltava le svedalinke in macchina tra Zagabria (dove si è trasferito nel 1994) e Spalato, traendone un gran senso di smarrimento, dice.


Hai presente quei luoghi comuni, quelle immagini e quei personaggi un po’ logori che arrivano dai Balcani? Le zingare veggenti, i violini, i criminali dal cuore d’oro e i ballerini da bettola? Ok, Inšallah Madona, inšallah contiene tutto questo ma, inaspettatamente, per la sapienza di chi lo ha scritto, tutto questo non appare logoro né scontato. Al contrario. E’ tutto assolutamente necessario. In ogni sua parte.

E poi c’è quella vita, quella musulmana, che in ex Yugoslavia è forte come un sasso che ti arriva sul naso.

Io ti ho accolto nella moschea, ho il turbante in testa, la barba lunga e il volto cadaverico. Uno pensa, questo qui sa tutto in anticipo. Anche le vecchie leggono così il futuro. Non appena entra in contatto con loro, la gente comincia a credere che sappiano tutto. […] Mentre il buon Allah ti punisce perché hai creduto in quello a cui non dovevi credere.

I 19 poemi sono veri poemi. Ma non sono ispirati alle sevdalinke. Non sono portatori dello stesso messaggio. Non citano nemmeno l’origine del canto. Allora che c’entrano ‘ste sevdalinke?

Jergović ha ricordato gli eventi narrati dai cantori dalmati e li ha campionati, come fossero dei pezzi musicali.

Sampl, li chiama.

Il mio nome è Mustafa. Sono uno di quelli che è meglio non guardare. E se ce ne fosse uno anche più brutto, quello sarei io. Quando a Teŝanj una donna resta incinta, le proibiscono di passare sotto casa mia. Se mi guardasse, dicono, il bambino nascerebbe brutto come nessun’altro.

Ah, dimenticavo, se volessi leggere Inšallah Madona, inšallah in lingua originale sarebbe complicato, perché Miljenko lo ha scritto usando una quantità di termini arcaici derivanti dal turco che lo rendono di difficile comprensione a chiunque non sia nato in una locanda bosniaca e abbia bevuto litri di rakija.


Inšallah Madona, inšallah, di Miljenko Jergović, è edito da Scheiwiller (2006). Ha 439 p. e costa 20 carte.

Fotografie di Andrej Krementschouk dal volume No Direction Home

16 gennaio 2012

Il libro dei mestieri / Serbia


Bora Ćosić, autore de Il libro dei mestieri, è nato nel 1932 a Zagabria, in Croazia, ma ha sempre vissuto a Belgrado, in Serbia. È filosofo. E saggista.

Nel 1966 gli capita di scrivere questo romanzo, Il libro dei mestieri (Priče o zanatima), in cui racconta una famiglia (la sua), una città (Belgrado), una guerra (la II), due eserciti (tedesco e russo) e una popolazione (quella serba, cristiana e musulmana).

Il libro dei mestieri ha trentadue capitoli. Ogni capitolo racconta un mestiere seguendo il punto di vista del narratore, che è uno di quegli adolescenti un po’ furbi e un po’ tonti.

Tutti i russi avevano nomi altisonanti, alcuni però inventati […]. Io pensavo che i russi fossero un mestiere, uno dei più importanti. Del resto le persone russe erano simili al mio papà, allo zio e a tanti altri, sennonché portavano gli occhiali, guardavano il cielo e fingevano di essere tristi.

Ne Il libro dei mestieri si incontrano personaggi che, soprattutto a causa della guerra, tirano a campare riparando vecchi oggetti o riciclando antiche pratiche locali. La semplicità dei personaggi di Bora Ćosić riesce a farti sorridere anche quando li trovi abbracciati nelle cantine sotto i bombardamenti, nelle cucine rimaste senza cibo o in strada, nascosti dietro a un lampione per paura dei rastrellamenti nazisti.

Nel 1936 Jaša Sevickij, ingegnere disoccupato, costruì una stufa che funzionava utilizzando un materiale futile e inutile, ovvero la merda.

I personaggi principali del libro sono il padre, un ex commerciante che beve più alcool di quanto dovrebbe; la madre, sempre lì a dir la sua, ma raramente lì a dir la cosa giusta; lo zio, un alienato che riesce ad andare a letto con qualsiasi donna si muova; il nonno, la cui indulgenza sa un po’ di saggezza e un po’ di idiozia.

Quindi che libro è Il libro dei mestieri, è un libro di denuncia sulle atrocità della guerra? Neanche per sogno. Un libro coinvolgente per l’intensità delle emozioni provate dai personaggi? Se ne fa un baffo. È un libro storico, una cosiddetta docu-fiction? Acqua. Un libro di genere? Niet. Allora che diavolo di libro è?

Il libro dei mestieri è un libro che dà risposte semplici a problemi complessi. E’ uno di quei libri in cui vivresti perché racconta la vita come la vorresti: attorcigliata, illogica e, in definitiva, risibile.

Decidemmo di stampare i nostri biglietti da visita, con nome e indirizzo corretti, nonostante non fossimo affatto sicuri se una cosa del genere ci sarebbe servita. La mamma dichiarò: «questi bigliettini di solito li distribuiscono le puttane agli uomini, in modo che le possano ritrovare in qualunque momento».

Il libro dei mestieri, di Bora Ćosić, è edito da Zandonai (2011). Ha 129 p. e costa circa 12 carte.

Fotografia in apertura estratta dal volume In Between Cities di Guido Guidi


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