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25 febbraio 2010

Lorenzo Busato

hirstSono davvero contenta di aver inserito un titolo in italiano!

Lorenzo è giovane, e laureando in Design della Moda a Treviso. Inizia il corso un po’ per caso e un po’ per sfida, e si accorge che di casuale non c’è proprio niente. Appassionato di moda uomo, tra i suoi preferiti ci sono Heidi Slimane e Gareth Pugh. Niente da dire, si vede.

For the love of God è la collezione che ha disegnato per l’ultimo corso di progettazione: ci parla degli Ainu e di Damien Hirst. Ora, basta avere in mente un paio di opere dell’artista (tipo questa, questa o anche questa) per capire di cosa parlo: i colori, le forme e anche le location dei suoi scatti ci lanciano istantaneamente nel mondo del signor Hirst.

Le grafiche essenziali e simboliche, il sezionamento degli elementi, la specularità ossessiva, ricorrenti nel lavoro dell’artista di Bristol, vengono reinterpretati per creare abiti dalle forme monumentali, quasi opere architettoniche realizzati in lurex, pelle, cotone e tovaglie in PVC.

Io non aggiungo altro, se non un bravo davvero, e un mi sa che ne sentiremo parlare.

22 febbraio 2010

Chroma everywhere

Scoprire che il green screen viene utilizzato in modo massiccio non solo per film “alla Sin City” mi ha dato una leggera vertigine: su Boingboing ho trovato il video che vedete qui sopra in cui viene mostrato quanto si ricorra a questa tecnica anche in produzioni apparentemente a basso contenuto di effetti speciali e in scene insospettabili. Come potrete intuire, il green screen permette un enorme risparmio sugli spostamenti e sull’organizzazione di set in location “reali” ed è l’ideale per le produzioni che non dispongono di grandi budget. Quindi se Hiro non si è teletrasportato davvero a Times Square cercate di farvene una ragione, vi hanno fregato per il vostro bene.

Qui Simon Coughlan ha raccolto altri reel di studi di effetti speciali in cui viene mostrato come è stato utilizzato il green screen in alcuni film e serie tv molto popolari. Se volete rovinarvi per sempre il ricordo del finale della terza stagione di Lost vi basta andare qui. Io adesso vedo solo tristi teli verdini.

17 febbraio 2010

Too Young To Love

Too Young To Love

C’è una formula che da qualche anno a questa parte troviamo ripetuta fino alla nausea, ogni qual volta ci si trovi a parlare di una band italiana che possa essere definita all’avanguardia o che quanto meno abbia le carte in regola per non sfigurare sul mercato internazionale. ”Se venissero da New York sarebbero sulla bocca di tutti”; “Se fossero nati a X e non Y potremmo scommetere su di loro come next big thing“.

Io ho sempre detestato questo tipo di considerazioni che, veritiere o meno, lasciano inevitabilmente il tempo che trovano, e i Too Young To Love ne sono in qualche modo la prova vivente. Continua a leggere

16 febbraio 2010

How to make it in America

how-to-2Non ho capito esattamente quale fosse l’obiettivo dell’esordiente autore Ian Edelman, e non ho capito nemmeno in cosa sia riuscito o meno, ma il primo episodio di questa nuova serie andata in onda domenica sulla HBO funziona bene, forse per l’atmosfera amichevole, forse per le facce dei due qua sopra, forse per l’ottima patina finta alternativa di sigla e intermezzi fotografici, forse perché ero di buon umore quando l’ho visto. Ma considerando che è rarissimo per una serie senza cliffhanger agganciare lo spettatore dal primo episodio, How to make it in America promette bene.

La storia segue le vicende di Ben e Cam, due ragazzi che si arrangiano come possono in attesa di make it — farcela — nel mondo della moda, in un ambiente fresco e downtown — più o meno le strade che uniscono gli skatepark alle piccole gallerie d’arte Continua a leggere

12 febbraio 2010

Logorama

Logorama, vincitore di diversi premi e candidato agli Oscar come miglior cortometraggio animato, è un’idea semplice realizzata bene. L’animazione, ad opera dell’agenzia pubblicitaria francese H5, è ambientata in una Los Angeles ricostruita in digitale attraverso 2500 marchi di prodotti e servizi spesso derisi con un’ironia che non farà molto contenti i rispettivi responsabili marketing.

L’inglese slang e volgare è piuttosto difficile da capire, ma vale assolutamente la pena di guardare il video solo per le immagini (una per tutte l’interpretazione di Mastro Lindo). Consiglio di saltare qua e là lungo l’animazione perché, vi avverto, resistere tutti i sedici minuti al bombardamento pubblicitario non vi lascerà indifferenti.

10 febbraio 2010

E.Gold

alexisPer ora il giudizio si basa unicamente su una canzone, più la manciata di remix che stanno un po’ facendo il giro della rete. Uno, la fortunata versione del nebuloso Ghost Hunter, è finita anche nel podcast giornaliero di Pitchfork.

I misteriosissimi E.Gold sono formalmente due sigle: ER e OS. La famigerata canzone si intitola “Separate Our Hearts”, ed è effettivamente una collaborazione già in partenza, infatti a cantarne le parole è Alexis, ex frontman dei defunti Violets. Potete ascoltarla, assieme a tutte le versioni rimaneggiate sul MySpace di E.Gold. Io già ne vorrei un’altra; e poi un’altra ancora!


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