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17 luglio 2012

Le Tuttattaccate: tra piazze e feste, il folk all’italiana

Succede questo. Ci si addentra in un paesaggio da romanzo di Cormac McCarthy, tra il giallo delle rotoballe e il grigio dei paesini medievali inerpicati sulle colline. Le trebbiatrici e gli anziani che giocano a carte fuori dai bar. La Toscana alle spalle e di fronte la campagna del nord del Lazio.
Succede di incontrare tre ragazze con un guitalele (via di mezzo tra chitarra e ukulele), gli sticks, le cicale a fare da batteria, un kazoo, un’armonica e qualche tamburello che imita la linea di basso. Tre voci che riempiono tutto il resto.

Ti raccontano che vorrebbero girare la Tuscia (antico nome dell’Etruria: Toscana, Umbria occidentale e alto Lazio) in ape, come nell’Alabama degli anni trenta, quando il bluegrass si usava per vendere la brillantina dal cassone di un carro città dopo città, attraverso il deserto dei campi di cotone. Ti fanno sentire un paio di pezzi sul lago di Bolsena e, sarà l’atmosfera, sarà la voce ruvida come l’erba bruciata, ma ti casca la mascella e capisci di aver di fronte la cosa più sexy del mondo.


Le Tuttattaccate fanno così. Suonano qualcosa a metà tra l’alt-country e l’indie-folk. Cantautorato paesistico eclettico lo chiamano, e forse è la definizione giusta. Emilia, Francesca e Barbara stanno ben piantate sul territorio, suonano nelle piazze e alle fiere, più per loro che per chi le sta a sentire. Cantano la cecagna che incolla al letto nei pomeriggi d’estate e il peperino, la roccia nera di cui è fatta Viterbo, che di notte scotta dopo aver trattenuto calore per tutto il giorno. La gente che parla la loro stessa lingua le capisce, si diverte, balla, applaude. Viene da chiedersi se non si tratti di un fenomeno locale. Poi una sera aprono a Mannarino, su un palco enorme dentro al parco del Paradosso, davanti a quasi cinquecento persone esclusi gli amici che stanno appollaiati a spiare dalla strada, o dietro la barriera frangivento. E allora cambia tutto.

Emergono gli arrangiamenti, i controtempi, gli strumenti che non entrano mai per caso. Si definisce lo studio e la passione, i pomeriggi a cercare le parole giuste in un dialetto che non possiede metafore né modi di dire. I giochi di parole nascosti nei ritmi saltellanti e squillanti – Sisto Quinto, andatevelo a cercare – che fanno venir voglia di trasferirsi e non andarsene più. Maturità, preparazione musicale e talento.

Bisogna andarsela a cercare, ma la scena indie – definizione quanto mai abusata, ma calzante in questo caso – viterbese, tra i concerti allimprovviso e i festival, è ricca, fiorente e sincera come poche. Ricalca alla perfezione l’idea che per sentire veramente un gruppo suonare, bisogna prenderlo prima che esca dalla sua città, prima che diventi di dominio pubblico. Le Tuttattaccate sono lì, con tutti e due i piedi dentro ma già proiettate al di fuori, con il suono giusto per il momento e la giusta dose di convinzione. Due EP alle spalle e un disco da registrare. Pronte.

E a chi mi chiede perché non aspettare che siano loro ad arrivare da noi: ne vale la pena perché.

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