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10 maggio 2012

Spulciare i dischi di John Peel

Quando scompare uno scrittore, appassionati e studiosi vanno alla ricerca della sua libreria: la vogliono consultare, vogliono leggere le sue annotazioni, perché le letture e i commenti sulle stesse dicono molto a proposito delle influenze di un autore, riempiendo talvolta i buchi fra un romanzo e un altro. Questa è una parte degli studi letterari che non troppo tempo fa abbiamo visto applicata a Herman Melville e a David Foster Wallace con l’aggiunta di una prospettiva pop, perché disponibile online anche a chi era mosso più dalla curiosità che da una prospettiva accademica, fuori dalle stanze poco accessibili del “fondo-manoscritti” di una biblioteca. Per la prima volta, poco più di una settimana fa, anche la musica ha ricevuto un simile trattamento.


Da sempre le interviste a musicisti e produttori contengono parti che si riferiscono agli ascolti, a metà fra i consigli per gli acquisti e la top-ten personale, ma con John Peel l’iniziativa ha uno spirito completista mai visto prima.
Alcuni di voi non l’avranno mai sentito nominare, per altri la sua fama è talmente ovvia da non aver bisogno di spiegazioni. Per farla semplice: John Peel è stato, dal 1967 al 2004 (anno della sua morte), il dj radiofonico più importante d’Inghilterra (e non solo). Cominciò la sua carriera a Radio London, una radio pirata che intorno alla metà degli anni sessanta trasmetteva i suoi programmi da una nave ancorata al largo delle coste dell’Essex (per intendersi, la radio che ispirò il film “The Boat that Rocked”).

Finita l’esperienza di Radio London, Peel (pseudonimo di John Robert Parker Ravenscroft) trovò lavoro presso la neonata BBC Radio 1, che percepì le istanze di cambiamento suggerite dal movimento delle radio pirata e affidando a Peel un programma dal titolo Top Gear. È la prima di una lunga serie di trasmissioni durante le quali, oltre al rock psichedelico già lanciato nel programma pirata The Perfumed Garden, Peel patrocinò il successo di molte ondate musicali (dal Glam al Reggae, dall’Hard Rock al Brit Pop), anche attraverso i piccoli show dal vivo che la BBC esigeva nei suoi programmi pop.

Così, nel corso di quasi quarant’anni, Peel ha ospitato chiunque: David Bowie e Marc Bolan, Bob Marley e gli Specials, i Led Zeppelin e i Motorhead, i Deep Purple e i Blur, i Mogwai e i Melvins, Stephen Malkmus e i Daft Punk, e così via fino alla scena noise giapponese di Masonna e dei Boredoms – tu nomina un gruppo o un artista, e probabilmente questo avrà suonato da John Peel. Sono nate così, negli anni, quelle registrazioni note come John Peel Sessions, che molti artisti possono fregiarsi di aver pubblicato in mezzo alla loro discografia, probabilmente il più grande lascito di un dj alla storia della musica.


A partire dal primo maggio, tutta la collezione di dischi appartenuti a John Peel è stata resa disponibile online su un sito che riprende il suo studio, con tanto di scaffali ordinati alfabeticamente. Il John Peel’s Virtual Museum è stato realizzato da The Space, progetto dell’Arts Council of England in collaborazione con BBC che si sta occupando di diverse iniziative culturali – un po’ come se da noi il Ministero dei Beni Culturali e la RAI mettessero a disposizione la collezione di Claudio Cecchetto o di Renzo Arbore.

Molti dei dischi presenti nell’archivio di John Peel sono ascoltabili su Spotify*, a dimostrare un’integrazione invitante fra diversi servizi legati allo stesso consumo culturale, e le copertine dei vinili sono consultabili direttamente dagli scaffali virtuali, mostrando la loro storia (più o meno consunte, autografate o annotate in qualche modo dallo stesso Peel). I dischi appartenuti a John Peel toccano ogni genere immaginabile (dalla classica all’hardcore punk), nascondendo perle sicuramente sconosciute ai più, e sono caricati settimanalmente in ordine alfabetico (la fine è prevista per il primo ottobre).

Per rimanere aggiornati sul progetto, si può seguire l’account twitter John Peel Archive o la sua pagina Facebook, che forniscono link ad interviste dello stesso Peel agli artisti appena caricati o ad altri documenti (audio e video) reperibili sul sito, quali una serie di dischi delle Peel Sessions, anch’essi ascoltabili su Spotify, o un archivio di frammenti dei suoi programmi radiofonici.

*Spotify, ahi noi, non è ancora disponibile in Italia.

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Ci sono 1 commenti

  1. [...] scritto una cosa su Personal Report. Parlo di una collezione di dischi che così grande non l’avrò mai e che [...]

    pingback dal sito E a noi tocca Claudio Cecchetto « cratete il 10 maggio 2012 alle 17:02

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