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10 aprile 2012

Fratelli invalidi / Repubblica Ceca

Poi restammo in silenzio e passammo davanti a un giardino
dove un uomo senza una gamba stava in ginocchio su una panchina
e con una piccola sega tagliava un ramo
e il pantalone vuoto tremava tutto
la stampella era in terra là vicino
allora Egon Bondy mi spazzolò le orecchie con la barbetta:
qui sembra
che un uomo senza una gamba stia in ginocchio su una panchina
e con una piccola sega tagli un ramo
guardi! come trema tutto il pantalone vuoto
e sembra che la stampella sia in terra là vicino!
E io capii che aveva abolito la metafora.

Questo è un frammento di una poesia di Bohumil Hrabal. Ma questo post parla di Bohumil Hrabal solo di sghimbescio.

Questo post riguarda uno scrittore nato a Praga nel 1930.

Filosofo, poeta, sorvegliante dello scheletro della balena del Museo Nazionale di Praga, romanziere, alcolista, saggista. Il simbolo di un movimento culturale che per molti versi anticipò la Beat Generation. Il protagonista di Un Tenero Barbaro e di molti racconti di Bohumil Hrabal.

Questo post parla di Zbyněk Fišer, noto soprattutto come Egon Bondy, e del suo romanzo più celebre: Fratelli invalidi (Invalidnnì Sourozenci, uscito in samizdat nel 1974).

Io, per me, ti racconterei per tutto il giorno chi è stato Egon Bondy, ti racconterei la storia delle edizioni Půlnoc, di Charta 77 e Nomi ebrei, e dei Plastic People of the Universe. Credimi, mi duole il cuore, ma non è possibile. Questione di tempo. E di spazio. Ma nulla mi impedirà di consigliarti, prima di leggere Fratelli Invalidi, di fare un giretto su Wikipedia.

Da un lato Egon Bondy, grottesco semidio che personifica la nascita della cultura invalida, avvenimento epocale provocato esclusivamente dal suo disprezzo per la civiltà umana, dall’altro A., uno fra i tanti per i quali quel disprezzo è ormai un presupposto logico.

(Jaromìr F. Typlt. Da eSamizdat numero VI. 2008, pp. 99-113)

A. e B. sono cugini. Sono i protagonisti di Fratelli Invalidi. Il romanzo è ambientato in un futuro prossimo (nel 2600 circa), in un mondo semisommerso da acque putride, in una città perennemente in guerra, in una società che ha emarginato chiunque non tollera le sue regole. I pensionati invalidi sono giovani e vecchi, uomini e donne che formano una sorta di comunità che segue i princìpi del baratto, della solidarietà e dell’ospitalità reciproca. Non disdegnano gli allucinogeni, ma non sono hippy né seguono la dottrina di qualche santone.

Sono degli intellettuali: storici, filosofi, poeti, biologi, fisici, respinti dalla società perché improduttivi.

È comunque fantastico, nonostante tutto, come questa civiltà ci si sia sviluppata così, sotto gli occhi […] basta solo schiacciare un bottone da qualche parte e i missili si mettono a volare da soli fino a colpire il loro obiettivo, anzi, a volte colpiscono addirittura se stessi. […] Ma mio caro cugino, non abbiamo più bottoni, si dovrà allacciare i pantaloni con una corda.

Questo genere di narrazione solitamente è definita “utopia” o, meglio ancora, “distopia”. Personalmente mi piace pensarla come l’incontro tra realismo e immagini liriche.

Qui, in questo universo narrativo, c’è il disgusto dei pensionati invalidi per la società, la discriminazione che subiscono da parte dei minorati (i tutori dell’ordine) e la scelta di ignorare ciò che li ha respinti, ciò che non li tollera. È un ecosistema, un microclima in cui i protagonisti vivono una vita parallela alla “società civile”. Il loro assunto è che, in una società pestilenziale, l’unica via possibile per sopravvivere sia ignorare tutto ciò che li affligge. Ignorare chi li ignora. E chi li disprezza.

Ignorare.

Se tutta l’umanità è destinata a scomparire, l’unica traccia che di noi dovremmo lasciare sarebbe forse il puzzo dei pantaloni nei quali ci siamo cagati sotto?

Fratelli Invalidi, di Egon Bondy è edito da Eleuthera (1993). Ha 236 p. e costa circa 7 carte.

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