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4 aprile 2012

Davide Enia racconta il suo libro: Così in terra

La sua biografia dice praticamente tutto.
Inizia così:

Davide Enia nasce a Palermo il 2 aprile 1974. Passa l’infanzia a giocare a calcio in mezzo alla strada.

E finisce così:

Nel 2012 pubblica il suo primo romanzo, «Così in terra» (Dalai), che viene venduto in 18 paesi prima dell’uscita in Italia. Vive e cucina a Palermo.

Nel mezzo, Davide Enia fa l’attore, il regista, scrive radiodrammi e vince parecchi premi letterari e teatrali.

La prima volta che l’ho visto è stata al Salone del Libro di Torino, due anni fa: metteva in scena Italia-Brasile 3 a 2, una sua pièce teatrale del 2002 pubblicata da Sellerio. Durante lo spettacolo mi aveva colpito la straordinaria capacità che aveva di narrare: raccontava, sì, ma soprattutto “diceva il testo”, nel senso di dicere che vuol dire indicare, mostrare. Quando ho letto Così in terra, la sensazione complessiva è stata la stessa; in più avevo moltissime domande in testa, sui personaggi soprattutto, ne avevo messe giù una ventina, poi selezionando sono arrivata a dieci, che però si sono frazionate e mischiate, una volta al telefono con lui.

Che libro stai leggendo?
Sono cinque, in realtà. In questo momento con me ho Il mare colore del vino di Leonardo Sciascia e Quattro drammi sul mare di Alexandre Dumas.
Sono di carta?
Sì, per il momento sì.
Non sei un lettore sequenziale.
No: c’è un libro per ogni momento della giornata – la sera, la mattina, al bagno – e per ogni occasione, per ogni casa. Questi due sono quelli che ho portato con me in viaggio in aereo.

Così in terra è il tuo primo romanzo: come si fa a scriverne uno dal respiro così grande all’esordio?

Ho scritto questo romanzo in un momento in cui il teatro non mi dava più quello che chiedevo e cercavo. Non in termini di scrittura, ma di possibilità di viverci: non mi offriva dignità né le condizioni più elementari per vivere di quello. Non nego che la mia scrittura stesse andando verso la narrativa di prosa, era su un ponte fra teatro e romanzo, e, quando è arrivata la proposta di scrivere, ho accettato. E ho imparato tutto, dal principio, dalle strutture, ho scritto tutto il giorno, quasi tutti i giorni.

Ti sei ispirato a qualche autore in particolare?
Più che altro ho studiato le regole di scrittura del romanzo, dell’uso del linguaggio: questa è stata la fatica principale. Nel teatro, il modo di raccontare a cui ero abituato io, la parola si estende nello spazio e nel tempo e diventa appiglio carnale, il corpo la interpreta e la forma; nel romanzo, invece, la parola accade nello spazio del foglio, esiste in un momento puntuale e si fa spazio preciso, ha un termine, è soggetta a un confine fisico; l’occhio non deve avere intoppi quando legge.

Questo è un punto di vista più da lettore che da scrittore: è interessante “l’occhio non deve avere intoppi quando legge”.
Sì, perché per me è stato così, è una regola che ho avuto in mente sempre mentre scrivevo: la scelta di ogni parola di questo libro è consapevole, è voluta, è cercata.

Il linguaggio infatti è sveglio, vivo, ha sapore. I personaggi parlano spesso in dialetto siciliano e la loro lingua risulta naturale.
Ho scelto di raccontare determinate cose; di conseguenza, i personaggi che ho creato a un certo punto mi hanno preso per mano.
Il loro linguaggio, anche se è disarticolato e frammentato, ha una ragione, ovvero l’urgenza di nominare il mondo per come lo si vede. Ogni personaggio lo vede a modo suo, quindi il personaggio stesso mi ha condotto dove voleva, parlandomi nell’unico modo possibile: e allora Rosario ha un vocabolario parsimonioso, in cui ogni parola è piombo e va misurata, Gerruso, invece, a ogni apertura di bocca è un capitombolo, anche sgrammaticato, del linguaggio, o ancora Umbertino ha un vocabolario esplosivo, forte, diretto.

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Ci sono 1 commenti

  1. Questo libro e' un capolavoro

    scritto da Fausto il 4 aprile 2012 alle 09:39

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