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28 marzo 2012

Quattro chiacchiere con I Ragazzi della Prateria, curatori dei visual dell’Ora Tour di Jovanotti

L’idea di iniziare il concerto con Piero Angela di chi è?

Carlo: è andata così: eravamo a Milano e parlando di tutte queste cose, di spazio, di Terra, ricordo di aver detto a Marco:  «c’è una cosa bellissima di Carl Sagan che spiega la teoria della relatività». E lui mi risponde: «ma chi cazzo è Carl Sagan?» E io gli rispondo: «è tipo Piero Angela in Italia». E lui fa: «cazzo! Mettiamoci Piero Angela». Mi pare che sia andata così, no Marco?
Marco: so solo che non so ancora chi cazzo è questo Carl Sagan.
Carlo: è tipo Piero Angela.
Marco: allora mettiamoci Piero Angela!
(ridono)
Lorenzo era un po’ preoccupato per l’inizio del concerto e Piero Angela è servito per sdrammatizzare. Non volevamo fare una cosa troppo epica.
Lorenzo gioca sempre con la forza dei contrari. Diceva proprio «io voglio sparare tutte le cartucce, voglio ucciderli di luci, voglio ucciderli di suoni». Ucciderli in senso metaforico, naturalmente. Diceva: «voglio prima dargli un ceffone e poi accarezzarli». L’idea è quella di tirare fuori delle emozioni con la forza dei contrasti. Un silenzio si sente molto di più dopo un momento di forte rumore. In questo caso l’uscita quasi da super uomo, super eroe, viaggiatore sarebbe stata troppo epica da sola. Come sarebbe stata troppo ridicolo l’attacco con solo Piero Angela. E invece le due cose insieme…


L’altra idea di cui volevo chiedervi è la chiusura del concerto con la spada.

Carlo: tamarra eh? Però non è nostra. L’idea è di Sergio Papalettera, il grafico storico di Lorenzo. Un giorno è sceso nello studio in cui stavamo lavorando e ci ha detto: «ragazzi, la spada d’oro». Aveva in qualche modo capito che il simbolo della fine del percorso di questo viaggiatore/cavaliere che arrivava dallo spazio è una spada. Ma non una spada normale, una spada d’oro. Gli abbiamo detto: «va bene, figata». Ma per noi la cosa era finita lì. Lui invece è andato a comprare una spada e l’ha fatta cromare d’oro. Questa è stata la genesi.
Poi sono tutte cartucce che ti porti alle prove e che sperimenti. Avevamo un sacco di altra roba che è stata provata e buttata.
Marco: se c’è una cosa che abbiamo imparato con Lorenzo è di non avere mai paura di provare. È uno che rilancia sempre e mette sempre carne al fuoco. E così ogni momento dello spettacolo ha un’idea, qualcosa di forte.
Non si è ragionato come si ragiona solitamente per un concerto normale: per questa canzone prepariamo un concetto visual. Abbiamo provato a fare dei visual che non fossero solo una didascalia della musica, ma che ti guidano nelle due ore dello spettacolo.
Carlo: forse i visual sono un altro strumento che partecipa al concerto. È una botta e risposta con la musica. Fa degli inserti, entra ed esce. È come se di fondo ci fosse un fagotto che ogni tanto si alza, fa la sua parte e poi scompare.
Marco: abbiamo avuto quest’idea di fare una scrittura dello spettacolo. Fare un elenco di canzoni e, per ogni canzone, scrivere quello che succede. A livello di luci, a livello video, a livello musicale, a livello di movimento dei motori dello schermo… Non c’era un elemento a cui gli altri erano subordinati. Non c’è prima il video o prima la musica, lavorano insieme. È come guardare un film, no? Te lo godi quando ti viene voglia di sapere cosa succederà poi e quello che succede non è quello che ti aspettavi.

Avete cercato di stupire lo spettatore.

Carlo: non con l’intento di stupirlo. Non era quello il nostro obiettivo. Noi volevamo fare la cosa più bella da fare. Il fatto che il pubblico si stupisse è una conseguenza diretta ma inaspettata. Ad esempio: dopo L’Elemento umano abbiamo inserito una scena di Powers of ten, perché pensavamo che comunicasse molto bene il passaggio dallo spazio alla Terra. Era inutile rifarlo, era molto meglio citare. Abbiamo acquisito i diritti e l’abbiamo proiettato. Quello che succede è che gente che non sa cos’è quella cosa lì e che non si aspetterebbe mai di trovare lì un video educativo (ma quasi artistico) degli anni Settanta, impazzisce. Di solito ai concerti c’è una specie di ovazione quando parte il video. Noi stessi non ci aspettavamo questa reazione dal pubblico, non ci aspettavamo di sorprenderli così tanto. Ma sapevamo che quello era l’effetto che volevamo ottenere.

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Ci sono 1 commenti

  1. La ricerca del Bello,non la ricerca del consenso,l'uomo è un animale molto più intelligente della sua stessa capacità di giudicarsi,bravi ragazzi...un lavoro fatto con Amore potrà salvarci...

    scritto da mauro maori il 11 aprile 2012 alle 12:27

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