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28 marzo 2012

Quattro chiacchiere con I Ragazzi della Prateria, curatori dei visual dell’Ora Tour di Jovanotti


Parlare di Lorenzo come un viaggiatore che dallo spazio arriva sulla terra. Cercate di raccontare una storia attraverso i visual?

Marco: è stata una delle innovazioni che abbiamo provato a introdurre. Anche se non è proprio una storia, piuttosto un filo conduttore. Può essere che gli spettatori non percepiscano sempre questa storia, ma aiuta noi a livello di coerenza a costruire uno spettacolo solido che parla al pubblico.
Carlo: l’obiettivo, anche, era di non essere mai accondiscendenti con il pubblico.
Quello di cui si discuteva tanto durante le prime fase è che il pubblico è scemo, che gli devi dare delle cose facili, che deve vedere esattamente quello che si aspetta. Noi questa cosa l’abbiamo combattuta molto duramente, con tanta strategia e mediazione. Non vogliamo abbassare il livello dello spettacolo sulla base del fatto che la gente potrebbe non capirlo perché, primo, presuppone che tutti siano stupidi e, secondo, non gli dai neanche la possibilità di scoprire uno spettacolo più articolato.
Sfruttando questa linea costruttiva abbiamo provato a dire: «guardate che sarà bello comunque. Guardate che lo capiranno anche quelli che, forse, un concerto così non l’hanno mai visto».
Mia mamma è andata al concerto e le è piaciuto. Non è che non ha capito niente, anzi. Ha visto delle cose e pensato delle cose che non avrebbe mai pensato prima. Non si è annoiata e noi siamo orgogliosi di quello che abbiamo fatto.

C’è un momento specifico in cui vi hanno detto: questa cosa non funziona e, invece, poi ha funzionato?

Carlo: ti faccio un esempio preciso. C’è un momento del concerto in cui Lorenzo canta: «combatti, fatti avanti. Combatti».
La sera prima Lorenzo aveva giocato con la stoffa per il chroma-key che avevamo portato (a un certo punto del concerto Lorenzo indossa una giacca fatta di stoffa per il green screen, su cui appaiono grazie a un software dei disegni e delle immagini, ndr) e ci ha chiesto di far apparire degli africani che combattono dentro alla giacca.
La giacca verde funziona molto bene quando ci sono delle texture applicate che ricordano un tessuto vero o un wallpaper. Funziona perché non è Caccamo, dietro non c’è Napoli, non sono immagini tridimensionali.
In quel momento, però, ci hanno chiesto di soddisfare il desiderio di Lorenzo: di mettere i lottatori africani dentro alla giacca. E noi abbiamo detto no.
Abbiamo incontrato Lorenzo, gli abbiamo spiegato che il chroma-key è una tecnica vecchia ma che se la usi in modo moderno può ancora funzionare. E gli abbiamo presentato l’idea che poi è stata realizzata. Gli abbiamo detto: «con un software che abbiamo preparato puoi combattere contro te stesso». Quando gli abbiamo detto questo lui è saltato sulla sedia e ha detto: «cazzo, vi… vi… vi darei 30 euro in più».
Da lì, questo pezzetto di spettacolo è diventato una delle cose di cui i giornalisti hanno parlato di più: «Lorenzo combatte contro sé stesso». È diventato subito una metafora. Questa cosa è venuta fuori da un confronto, dal non voler andare nel banale.

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Ci sono 1 commenti

  1. La ricerca del Bello,non la ricerca del consenso,l'uomo è un animale molto più intelligente della sua stessa capacità di giudicarsi,bravi ragazzi...un lavoro fatto con Amore potrà salvarci...

    scritto da mauro maori il 11 aprile 2012 alle 12:27

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