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14 marzo 2012

Cos’è Cowbird e perché raccontare storie è importante

C’è uno psichiatra, il dottor Jonathan Shay, che confronta i soldati moderni di ritorno dall’Iraq con quelli dell’antica Grecia, di ritorno dalla guerra di Troia.
I primi soffrono di disturbo post traumatico da stress. I secondi, stando alle testimonianze, no. Perché? I soldati greci, dice Shay, avevano un periodo di decompressione durante il viaggio di ritorno sulla nave. Potevano parlare con i compagni di battaglia e processare gli orrori della guerra, potevano raccontarsi storie. Creare narrazioni che trasformavano ciò che avevano vissuto in qualcosa da ripetere (e ripetersi) una volta tornati in Grecia. Le storie sono uno strumento che li isola dal trauma della guerra.
Oggi, invece, i soldati vengono feriti e mutilati in battaglia e la mattina dopo sono sul primo aereo per tornare negli Stati Uniti. Non c’è tempo né modo per elaborare delle narrazioni su quello che è successo. E il salto è così forte che spesso si trasforma in un disturbo psicologico.
Jonathan Harris racconta tutto questo in un’intervista al programma radio TTBOOK per spiegare cosa hanno di tanto importante e potente le storie. E perché ha deciso di costruirci intorno un nuovo sito (non chiamatelo social network), Cowbird.

Lui è diventato famoso con We Feel Fine, imbuto digitale che da una parte raccoglie i post dai blog che iniziano con I Feel (mi sento…) e sputa fuori dall’altra un termometro dell’umore del mondo. Poi ha fatto un mucchio di altre cose (uno strano viaggio in Bhutan, scattato una foto per ogni giorno dei suoi trent’anni, documentato la caccia alle balene). Nel novembre del 2011 ha lanciato Cowbird.

Cowbird è una comunità di narratori. L’intento dichiarato è di creare uno strumento per permettere alle persone di raccontare storie, profonde e durature, online. E di dare la possibilità di collaborare per documentare le grandi saghe contemporanee (secondo il lessico di Cowbird, «le narrazioni collettive che danno forma al nostro mondo»). Per ora le saghe sono due: la saga “Occupy” sui movimenti dei mesi scorsi e la più generale e universale “First loves”, lanciata il giorno di San Valentino.
E poi c’è un’intenzione ancora più profonda: il creare una biblioteca pubblica delle esperienze umane raccolte in forma di narrazioni. In modo che niente vada perso e che «il sapere e l’intelligenza che accumuliamo come collettività diventino comuni e condivisi».

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Ci sono 1 commenti

  1. Meraviglioso. Ho mandato la richiesta, spero che mi accettino subito.

    scritto da Lewis Pumpkin il 23 marzo 2012 alle 12:50

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