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14 febbraio 2012

La città di pietra / Albania

Argirocastro, Albania.

II guerra mondiale.

“Tutti i processi circa i beni immobili sono temporaneamente sospesi a causa dell’incendio del catasto. Cinema: domani Grand Hotel con la celebre attrice Greta Garbo […] Attualmente l’uomo più pesante della città è Akif Kashah: 150 kg […] Ieri sono state riaperte le porte della prigione […] Il nostro concittadino T. V. ha bevuto 30 caffè uno dietro l’altro […] Si avvertono i lettori che la scadente qualità dell’ultimo numero del giornale e l’eventuale presenza di errori sono dovute al fatto che la settimana scorsa ho sofferto di stomaco.

Il caporedattore”.

Ismail Kadaré è nato qui, a Argirocastro, nel 1936. Ismail Kadaré ha scritto qualcosa come trentacinque romanzi, una dozzina di saggi, una decina di raccolte di poesie e diverse sceneggiature. Il libro da cui è tratto il passo che hai appena letto è La città di pietra, un romanzo pubblicato nel 1991 in cui Kadaré racconta la sua città e una parte della II guerra mondiale.

Ma, soprattutto, racconta l’insofferenza del popolo albanese rispetto ogni forma di istituzione politica indotta.

“L’Albanese, questo povero sventurato, corre da secoli con un carico di ferraglia sulla schiena. Gli altri pensano a nutrirsi, noi pensiamo soltanto a batterci”.

Un popolo irascibile che non segue nessuna legge. Anzi, una sì, una la segue.

La legge più importante tra tutte le leggi: la legge della “Besa”.

La Besa è la “parola data”, un impegno tra due uomini con cui ci si gioca l’onore.

Dall’impero romano in poi, la città di pietra di Kadaré è stata terra di conquista praticamente per chiunque si trovasse a passare di lì con un minimo di organizzazione bellica: normanni, bizantini, turchi, greci, tedeschi e persino italiani, i quali, come al solito, hanno lasciato un ricordo indelebile:

“Fin dal primo momento del loro arrivo si era capito che erano dei cicisbei, disse zia Gemò. Dio sa se ne ho visti di eserciti, ma non avrei mai pensato di incontrare un giorno dei soldati profumati”.

Tra gli iracondi abitanti della città di pietra, ci sono ragazze sparite nei pozzi o fatte fuori con la yuk (biancheria da letto), i comitagi (capo bandito o partigiano), le sposine e le loro suocere (katempika), vecchie sagge ma anche un po’ ignoranti.

“Mi chiedevo come potesse essere venuta agli uomini l’idea di accumulare tante pietre e tanto legno per fare tutti quei muri e quei tetti e dare poi a quel gran ammasso di strade, di case e cortili, di tetti e di comignoli il nome di città”.

E poi? E poi c’è diversa altra roba, come un braccio strappato a un aviatore inglese che diventa una reliquia, un abbraccio tra una ragazza barbuta e un giovane testardo, inserti di cronaca, amuleti, malocchi e l’inizio, nefasto, dell’era comunista in un Paese che non vuole essere soggiogato da nessuno se non dal proprio buonsenso.

La città di pietra, di Ismail Kadaré, è edito da TEA (2009). Ha 219 p. e costa circa 9 carte.

Le fotografie sono estratte da Veduten und Landschaften di Elger Esser

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