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2 dicembre 2011

In viaggio con David Foster Wallace

Nel 1996, per promuovere il suo ultimo libro, Infinite Jest, David Foster Wallace accorda un reportage a Rolling Stone: lo scriverà David Lipsky, scrittore e giornalista. Nel 1996 David Foster Wallace non è sposato, David Lipsky nemmeno, l’uno ha trentaquattro anni, l’altro trenta, dopo dodici anni l’uno si sarebbe ammazzato, l’altro no. Come diventare se stessi. David Foster Wallace si racconta è il risultato di quel reportage mai pubblicato, redatto da David Lipsky, edito in Italia da Minimum Fax: 447 pagine di botta e risposta e molte considerazioni su letteratura americana, scrittura, cultura pop, americanismi ed emotività umana in cinque giorni passati insieme tra ristoranti, lezioni all’università, aeroporti e automobili, fast food e reading quasi alla fine del tour di presentazione di Infinite Jest.

All’inizio molti dei discorsi gravitano sul primo romanzo La scopa del sistema, sull’università – quella finita, l’Amherst College, e quella lasciata, Harvard –, sul ricovero al McLean’s – una clinica psichiatrica –, sull’insegnamento in Illinois e in California, su quanto c’è di autobiografico in Infinite Jest, dove finisce l’esperienza personale da tennista e dove quella della dipendenza dall’alcol: gli scambi ogni tanto sembrano soffocanti, stringenti, dritti e rovesci, colpo su colpo.
Wallace è un uomo con molta voglia di scrivere, di pensare al meglio delle sue possibilità, di capire fino in fondo dove sarebbe approdata la sua generazione, la sua scrittura. Ha paura di non fare brutte figure, di non apparire in modi lontani dalla sua natura e  di non ricadere in una insicurezza nociva, paralizzante, come una banda di beduini che ti stupra la psiche ¹, come gli è successo in passato da giovane scrittore arrogante.

David Lipsky deve ricredersi: parte prevenuto, poi si scioglie e non è più padrone del registratore, lo manovra, ma non lo governa; le domande diventano brevissime oppure piene di commenti, si instaura un dialogo e le risposte sono incisi di digressioni, curate e attente.

Così si delinea la vita di Wallace: regole, poca musica – ammette di conoscerne poca e in modo frammentario e di avere una ammirazione forte per Alanis Morissette -, tanta televisione, cinema d’azione, dipendenze curate e paura di soffrire e nel frattempo Lipsky registra modi di parlare, ossessioni, spazi fisici e logici. Poi lo scrittore Wallace apre una finestra, tornano a casa Wallace  a Bloomington, coabitano due giorni, Lipsky fa amicizia con i suoi cani, Drone e Jeeves, e finisce con un ballo.

La paura è la condizione di base, e ci sono motivi di tutti i tipi per essere spaventati. Ma il punto è… è che… è che il nostro compito qui è di imparare a vivere in modo tale da non essere costantemente terrorizzati. E non nella posizione di voler usare qualunque strumento, di usare le persone per tenere lontano quel tipo di terrore. Io la penso così.

Il problema di un libro del genere può essere riuscire a separare l’ammirazione o la curiosità per lo scrittore dai dettagli sull’uomo, che Wallace stesso non fa fatica a raccontare, e dal peccato originale con cui si inizia la lettura. Dalla Prefazione di Lipsky:

Il suicidio è una fine potentissima: si ripercuote all’indietro e rende confuso l’inizio. Ha una sua forza di gravità sugli eventi. Alla fine, ogni ricordo e ogni impressione viene trascinato in quella direzione lì.

Il tempo, a un certo punto del libro e della vita di Wallace, diventa importante, come lo è per la scrittura di Infinite Jest: organizzare il tempo, piegarlo alle esigenze creative, rinunciare allo spazio non sistematico, gli anticipi per il libro in tre rate, trovare una piccola casa in affitto in cui scrivere, fare l’insegnante, i mesi, la lunghezza dei paragrafi, delle parole. Il tempo è anche il metro della sofferenza: esiste un prima, un David giovane e prematuro e un dopo, un David capace di darsi da fare, senza cadere negli errori passati, e di scrivere un libro come Infinite Jest:

Io credo che Infinite Jest sia davvero un bel libro. E spero proprio, se continuo a lavorare veramente e sodo per i prossimi dieci o venti anni, di riuscire a fare addirittura di meglio.

***
La domanda più bella è a pagina 290:
Dove altro lo vedi questo tipo di bellezza provenire dalla cultura pop scrausa?

La risposta più bella è a pagina 349:
Va bene. insomma, dicevo, sono andato a vivere lì. No, in realtà una parte dell’anticipo me l’hanno data subito. Mi hanno dato metà della somma alla firma del contratto e metà alla consegna, e quella parte lì l’hanno divisa in due anni. Ecco di cosa ho vissuto per tutto l’anno che ho passato a Syracuse, e per una parte del successivo. Poi mi sono trasferito. Ho avuto un’offerta di lavoro dalla Illinois State University nella primavera del ’93 e per vari motivi ho deciso… tanto per cominciare, non avevo l’assicurazione sanitaria. Ero stufo di andare in giro per Syracuse a venti all’ora per paura di fare un incidente e mandare in bancarotta la mia famiglia. Quindi mi sono trasferito qui…

¹ Pag. 58.

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Ci sono 1 commenti

  1. Gran bell'articolo! Complimenti, Elena! E grazie!! :) Giulia

    scritto da Giulia Reddina il 2 dicembre 2011 alle 15:06

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