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25 novembre 2011

L’album per schizzi di Susan Kare, madre del Mac che sorride e del cursore a freccia

Pochi giorni fa Steve Silberman ha scritto per PLoS un articolo avvincente dedicato alla figura leggendaria di Susan Kare, la «Betsy Ross del personal computer», ripercorrendo la storia che l’ha portata nel 1984 a disegnare le icone per il sistema operativo del primo Macintosh.

Primi anni Ottanta, Susan fa l’artista su commissione per studi e mostre. È nel suo garage a Palo Alto, sta lavorando alla scultura metallica di un cinghiale per un museo dell’Arkansas quando riceve una telefonata: è Andy Hertzfeld, un suo ex compagno di liceo e ora lead software architect alla Apple Computer Inc. Sta lavorando a un nuovo computer e ha bisogno di un artista per mettere a punto la grafica del sistema operativo. Lei, mica scema, accetta.

Il primo compito assegnato a Susan è quello di creare delle nuove font digitali. Fino ad allora si erano usati solo font monospaziate — cioè con caratteri della stessa larghezza e con uguale spaziatura, come il Courier — retaggio della macchina per scrivere, ma ne risultavano composizioni goffe e blocchi di testo disarmonici. Le nuove font avrebbero dovuto essere proporzionali: per rendere la lettura fluida come quella su carta serviva che ogni carattere si prendesse lo spazio necessario alla convivenza armonica con gli altri caratteri, nè più, nè meno. Susan crea alcune font e le chiama come le stazioni ferroviarie di Philadelphia. Steve Jobs, che pensa in grande, non è d’accordo e dà alle font i nomi delle «World Class Cities»: New York, Geneva e la mitica Chicago.

Susan è ormai parte del team Apple. Le viene affidato il compito di creare le icone che sarebbero dovute comparire sullo schermo: nascono il Mac sorridente che appare all’accensione del computer, l’orologino da polso per indicare che il sistema sta lavorando, la manina e tutte le icone dell’interfaccia del MacPaint: pennello, matita, secchiello, lazo, gomma e bomboletta spray. Completa la trasformazione del cursore del mouse dal bug di Englebart — l’inventore del mouse — alla freccia inclinata che conosciamo oggi. Prende ispirazione da un’enormità di ambiti diversi, dai geroglifici egizi ai giochi dei colleghi geek. Il simbolo sul tasto “mela”, ad esempio, è un castello visto dall’alto molto stilizzato che viene usato nei campeggi svedesi per indicare un luogo d’interesse.

Le icone di Susan contribuiscono a dare un’immagine del personal computer totalmente nuova: il Mac non è uno strumento per addetti ai lavori, è una macchina che può essere usata anche da chi non ha competenze informatiche specifiche e da chi di tecnologia non ne sa nulla. Tra il codice e l’utente finalmente c’è un’interfaccia intuitiva che ti dice che il computer è tuo amico e ti può aiutare (qui un tour nel primo Mac).

Susan non è stata la prima a creare icone digitali per un sistema operativo: la metafora della scrivania era già presente sullo Xerox 8010 Star del 1981 — e il dibattito su quanto Steve Jobs si sia ispirato o abbia copiato quella che fu la prima GUI (Graphical User Interface) è ancora acceso — ma Susan Kare è riuscita a creare con le sue icone un’esperienza d’uso nuova perchè piacevole. Il Mac ha una faccia e un carattere ben preciso e riconoscibile. Sul Wall Street Journal, Steven Johnson parla di quando ha acceso il Mac per la prima volta:

Davi un’occhiata al Mac e ti rendevi conto che c’era qualcosa di diverso. Già solo lo schermo bianco sembrava rivoluzionario, dopo anni di testo verde su sfondo nero. E c’erano le font! Sono stato ossessionato dalla tipografia fin dall’università, e qui avevo un computer che trattava le font come un’arte, non come un ammasso di pixel. La grafica dell’interfaccia rendeva lo schermo uno spazio in cui voler abitare, da fare tuo…il Mac era una macchina in cui voler vivere.

Per i suoi schizzi Susan usava album a quadretti: lavorando con i pixel e non avendo a disposizione programmi di grafica, il modo più semplice per pensare era riempire i quadretti uno a uno e poi guardare il foglio da lontano. In riquadri di 30 per 30 pixel, Susan doveva rappresentare concetti anche complessi.

Alcune icone sono semplici da disegnare perchè sono oggetti: un calendario, ad esempio. Ma i verbi sono difficili da rappresentare. ‘Undo’ è particolarmente difficile, mi scervello ogni anno su ‘undo’. [...] Credo che delle buone icone siano più simili a segnali stradali che a illustrazioni, dovrebbero presentare un’idea in modo chiaro, conciso e memorabile.

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