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8 novembre 2011

Tornare ai tempi dell’URSS (quasi) per finta

Nella periferia nord di Kharkov, in Ucraina, si trova l’Istituto (qui una visione dall’alto), un enorme edificio di mattoni in cui il giovane regista russo Ilya Khrzhanovskiy ha ricreato nei più minimi particolari la vita ai tempi del regime sovietico. Dentro il set, ovviamente, ma anche dietro le quinte, negli alloggi degli attori o al bar. Perchè questa follia? Per girare Dau, un film sulla vita del fisico premio Nobel Lev Landau, vissuto a Mosca all’inizio del secolo scorso.

Il giornalista del GQ americano Michael Idov, dopo essersi lasciato tagliare i capelli e vestire a tema, ha fatto una visita al set accompagnato dal regista e ne ha scritto un racconto a tratti surreale. Khrzhanovskiy, autoeletto «boss» dell’Istituto, non ne esce benissimo: Idov lo descrive come un personaggio tirannico, torbido e folle, perfettamente nella parte.

Khrzhanovsky apre la porta di uno degli edifici residenziali e resto senza fiato. Le quinte del set sono curate nei dettagli come il set stesso. Ci sono corridoi che portano ad appartamenti, e negli appartamenti ci sono cucine, e nei frigoriferi cibo, fresco e commestibile ma con data di scadenza 1952. Khrzhanovskiy apre credenze, cassetti e armadi mostrandomi scatole, candele, libri, salami, fazzoletti, saponette, batuffoli di cotone, latte condensato, paté. Tira lo sciacquone di almeno tre gabinetti con orgoglio. «I tubi di scarico sono di una larghezza ben precisa» dice «perchè fa differenza nel volume e nel suono dello sciacquone». Sembra davvero entusiasta.

Gli attori coinvolti dal 2006, anno d’inizio dei lavori, sono tantissimi — le comparse finora sono 210.000 — e sono costretti dal regista a rimanere anche mesi a Kharkov per potersi ambientare totalmente con lo stile di vita dell’epoca. E a quanto pare funziona.

Olya vive [sul set] «dal 1949», una risposta che mi danno tutti questa settimana; in realtà è qui solo da quattro mesi. Lavora al bar da mezzogiorno fino alle dieci di sera e passa il resto del suo tempo in un appartamento collettivo che condivide con un «fisico» di nome Konstantin. Al segnale di Khrzhanovskiy, Olya ci invita da lei per la notte seguente. Fuori per una rapida sigaretta sovietica, lontani dallo sguardo del regista, Olya non lascia la parte nemmeno per un secondo. «Vuoi diventare un’attrice?», le chiedo. «Cosa? No! Voglio diventare una scienziata».

Non è consentito alcun tipo di contaminazione con l’epoca moderna. Per garantire il completo isolamento l’edificio è stato disseminato di microfoni nascosti, come sotto un regime. Dire la cosa sbagliata può costare dei soldi, se non l’espulsione dal set.

«Aumenterai le dimensioni della città in CGI, poi?» chiedo, giusto per chiedere qualcosa. Khrzhanovskiy sussulta. «Se una di queste guardie ti sentisse mi multerebbe di cento hryvian [circa 125$]», dice. “Perchè sei mio ospite. Non importa se sono il capo. Vengo multato come chiunque altro. Non puoi usare parole che non hanno significato in questo mondo». «Come CGI?» «Seconda multa»

Se vi può interessare, il regista dice che il film è pronto all’80% e uscirà l’anno prossimo.

NNella periferia nord di Kharkov, in Ucraina, si trova «L’Istituto» (qui una visione dall’alto), un enorme edificio di mattoni in cui il giovane regista russo Ilya Khrzhanovsky ha ricreato la vita ai tempi del comunismo. Dentro il set, ovviamente, ma anche dietro le quinte, negli alloggi degli attori o al bar. Perchè? Per girare Dau, un film sulla vita del fisico premio Nobel Lev Landau, vissuto a Mosca a inizio secolo.

Il giornalista del GQ americano Michael Idov, dopo essersi lasciato tagliare i capelli e vestire a tema, ha fatto visita al set e ne ha scritto un lungo articolo a tratti surreale che vi consiglio di leggere per intero.

Khrzhanovsky apre la porta di uno degli edifici residenziali e resto senza fiato. Le quinte del set sono curate nei dettagli come il set stesso. Ci sono coridoi che portano ad appartamenti, e negli appartamenti ci sono cucine, e nei frigoriferi cibo, fresco e commestibile ma con data di scadenza 1952. Ancora e ancora, Khrzhanovsky apre credenze, cassetti e armadi mostrandomi scatole, candele, luffe, libri, salami, fazzoletti, saponette, batuffoli di cotone, latte condensato, paté. Tira lo sciacquone di almeno tre gabinetti con orgoglio. “I tubi di scarico sono di una larghezza precisa” dice “perchè fa differenza nel volume e nel suono dello sciacquone”. Sembra estremamente, completamente entusiasta.

Gli attori coinvolti sono tantissimi (solo le comparse sono 210.000) e sono costretti a rimanere qui per mesi, per ambientarsi totalmente con lo stile di vita dell’epoca. E a quanto pare funziona.

Olya vive [sul set] “dal 1949”, una risposta che mi danno tutti questa settimana; in realtà lavora qui solo da quattro mesi. Lavora al bar da mezzogiorno fino alle dieci di sera e passa il resto del suo tempo in un appartamento collettivo che condivide con un “fisico” di nome Konstantin. A quello che immagino sia un segnale di Khrzhanovsky, ci invita da lei quella notte. Fuori per una rapida sigaretta sovietica, lontani dallo sguardo del regista, Olya non lascia la parte nemmeno per un secondo. “Vuoi diventare un’attrice?”, le chiedo. “Cosa? No! Voglio diventare una scienziata”.

Non è consentita alcuna contaminazione con l’epoca moderna. Dire la cosa sbagliata può costare dei soldi, se non l’espulsione dal set. L’edificio è pieno di microfoni nascosti, un po’ come sotto il regime.

“Aumenterai le dimensioni della città con il CGI, poi?” chiedo, giusto per chiedere qualcosa.

Khrzhanovsky sussulta. “Se una di queste guardie ti sentisse mi multerebbe di cento hryvian [circa 125$]”, dice. “Perchè sei mio ospite. Non importa se sono il capo. Vengo multato come chiunque altro. Non puoi usare parole che non hanno significato in questo mondo”.

“Come CGI?”

“Seconda multa”

Il regista, che si presenta come il “boss” dell’Istituto, è descritto come una figura tirannica e torbida,
Il film è pronto all’80%. Vedremo.Nella periferia nord di Kharkov, in Ucraina, si trova «L’Istituto» (qui una visione dall’alto), un enorme edificio di mattoni in cui il giovane regista russo Ilya Khrzhanovsky ha ricreato la vita ai tempi del comunismo. Dentro il set, ovviamente, ma anche dietro le quinte, negli alloggi degli attori o al bar. Perchè? Per girare Dau, un film sulla vita del fisico premio Nobel Lev Landau, vissuto a Mosca a inizio secolo.

Il giornalista del GQ americano Michael Idov, dopo essersi lasciato tagliare i capelli e vestire a tema, ha fatto visita al set e ne ha scritto un lungo articolo a tratti surreale che vi consiglio di leggere per intero.

Khrzhanovsky apre la porta di uno degli edifici residenziali e resto senza fiato. Le quinte del set sono curate nei dettagli come il set stesso. Ci sono coridoi che portano ad appartamenti, e negli appartamenti ci sono cucine, e nei frigoriferi cibo, fresco e commestibile ma con data di scadenza 1952. Ancora e ancora, Khrzhanovsky apre credenze, cassetti e armadi mostrandomi scatole, candele, luffe, libri, salami, fazzoletti, saponette, batuffoli di cotone, latte condensato, paté. Tira lo sciacquone di almeno tre gabinetti con orgoglio. “I tubi di scarico sono di una larghezza precisa” dice “perchè fa differenza nel volume e nel suono dello sciacquone”. Sembra estremamente, completamente entusiasta.

Gli attori coinvolti sono tantissimi (solo le comparse sono 210.000) e sono costretti a rimanere qui per mesi, per ambientarsi totalmente con lo stile di vita dell’epoca. E a quanto pare funziona.

Olya vive [sul set] “dal 1949”, una risposta che mi danno tutti questa settimana; in realtà lavora qui solo da quattro mesi. Lavora al bar da mezzogiorno fino alle dieci di sera e passa il resto del suo tempo in un appartamento collettivo che condivide con un “fisico” di nome Konstantin. A quello che immagino sia un segnale di Khrzhanovsky, ci invita da lei quella notte. Fuori per una rapida sigaretta sovietica, lontani dallo sguardo del regista, Olya non lascia la parte nemmeno per un secondo. “Vuoi diventare un’attrice?”, le chiedo. “Cosa? No! Voglio diventare una scienziata”.

Non è consentita alcuna contaminazione con l’epoca moderna. Dire la cosa sbagliata può costare dei soldi, se non l’espulsione dal set. L’edificio è pieno di microfoni nascosti, un po’ come sotto il regime.

“Aumenterai le dimensioni della città con il CGI, poi?” chiedo, giusto per chiedere qualcosa.

Khrzhanovsky sussulta. “Se una di queste guardie ti sentisse mi multerebbe di cento hryvian [circa 125$]”, dice. “Perchè sei mio ospite. Non importa se sono il capo. Vengo multato come chiunque altro. Non puoi usare parole che non hanno significato in questo mondo”.

“Come CGI?”

“Seconda multa”

Il regista, che si presenta come il “boss” dell’Istituto, è descritto come una figura tirannica e torbida,
Il film è pronto all’80%. Vedremo.Nella periferia nord di Kharkov, in Ucraina, si trova «L’Istituto» (qui una visione dall’alto), un enorme edificio di mattoni in cui il giovane regista russo Ilya Khrzhanovsky ha ricreato la vita ai tempi del comunismo. Dentro il set, ovviamente, ma anche dietro le quinte, negli alloggi degli attori o al bar. Perchè? Per girare Dau, un film sulla vita del fisico premio Nobel Lev Landau, vissuto a Mosca a inizio secolo.

Il giornalista del GQ americano Michael Idov, dopo essersi lasciato tagliare i capelli e vestire a tema, ha fatto visita al set e ne ha scritto un lungo articolo a tratti surreale che vi consiglio di leggere per intero.

Khrzhanovsky apre la porta di uno degli edifici residenziali e resto senza fiato. Le quinte del set sono curate nei dettagli come il set stesso. Ci sono coridoi che portano ad appartamenti, e negli appartamenti ci sono cucine, e nei frigoriferi cibo, fresco e commestibile ma con data di scadenza 1952. Ancora e ancora, Khrzhanovsky apre credenze, cassetti e armadi mostrandomi scatole, candele, luffe, libri, salami, fazzoletti, saponette, batuffoli di cotone, latte condensato, paté. Tira lo sciacquone di almeno tre gabinetti con orgoglio. “I tubi di scarico sono di una larghezza precisa” dice “perchè fa differenza nel volume e nel suono dello sciacquone”. Sembra estremamente, completamente entusiasta.

Gli attori coinvolti sono tantissimi (solo le comparse sono 210.000) e sono costretti a rimanere qui per mesi, per ambientarsi totalmente con lo stile di vita dell’epoca. E a quanto pare funziona.

Olya vive [sul set] “dal 1949”, una risposta che mi danno tutti questa settimana; in realtà lavora qui solo da quattro mesi. Lavora al bar da mezzogiorno fino alle dieci di sera e passa il resto del suo tempo in un appartamento collettivo che condivide con un “fisico” di nome Konstantin. A quello che immagino sia un segnale di Khrzhanovsky, ci invita da lei quella notte. Fuori per una rapida sigaretta sovietica, lontani dallo sguardo del regista, Olya non lascia la parte nemmeno per un secondo. “Vuoi diventare un’attrice?”, le chiedo. “Cosa? No! Voglio diventare una scienziata”.

Non è consentita alcuna contaminazione con l’epoca moderna. Dire la cosa sbagliata può costare dei soldi, se non l’espulsione dal set. L’edificio è pieno di microfoni nascosti, un po’ come sotto il regime.

“Aumenterai le dimensioni della città con il CGI, poi?” chiedo, giusto per chiedere qualcosa.

Khrzhanovsky sussulta. “Se una di queste guardie ti sentisse mi multerebbe di cento hryvian [circa 125$]”, dice. “Perchè sei mio ospite. Non importa se sono il capo. Vengo multato come chiunque altro. Non puoi usare parole che non hanno significato in questo mondo”.

“Come CGI?”

“Seconda multa”

Il regista, che si presenta come il “boss” dell’Istituto, è descritto come una figura tirannica e torbida,
Il film è pronto all’80%. Vedremo.ella periferia nord di Kharkov, in Ucraina, si trova «L’Istituto» (qui una visione dall’alto), un enorme edificio di mattoni in cui il giovane regista russo Ilya Khrzhanovsky ha ricreato la vita ai tempi del comunismo. Dentro il set, ovviamente, ma anche dietro le quinte, negli alloggi degli attori o al bar. Perchè? Per girare Dau, un film sulla vita del fisico premio Nobel Lev Landau, vissuto a Mosca a inizio secolo.

Il giornalista del GQ americano Michael Idov, dopo essersi lasciato tagliare i capelli e vestire a tema, ha fatto visita al set e ne ha scritto un lungo articolo a tratti surreale che vi consiglio di leggere per intero.

Khrzhanovsky apre la porta di uno degli edifici residenziali e resto senza fiato. Le quinte del set sono curate nei dettagli come il set stesso. Ci sono coridoi che portano ad appartamenti, e negli appartamenti ci sono cucine, e nei frigoriferi cibo, fresco e commestibile ma con data di scadenza 1952. Ancora e ancora, Khrzhanovsky apre credenze, cassetti e armadi mostrandomi scatole, candele, luffe, libri, salami, fazzoletti, saponette, batuffoli di cotone, latte condensato, paté. Tira lo sciacquone di almeno tre gabinetti con orgoglio. “I tubi di scarico sono di una larghezza precisa” dice “perchè fa differenza nel volume e nel suono dello sciacquone”. Sembra estremamente, completamente entusiasta.

Gli attori coinvolti sono tantissimi (solo le comparse sono 210.000) e sono costretti a rimanere qui per mesi, per ambientarsi totalmente con lo stile di vita dell’epoca. E a quanto pare funziona.

Olya vive [sul set] “dal 1949”, una risposta che mi danno tutti questa settimana; in realtà lavora qui solo da quattro mesi. Lavora al bar da mezzogiorno fino alle dieci di sera e passa il resto del suo tempo in un appartamento collettivo che condivide con un “fisico” di nome Konstantin. A quello che immagino sia un segnale di Khrzhanovsky, ci invita da lei quella notte. Fuori per una rapida sigaretta sovietica, lontani dallo sguardo del regista, Olya non lascia la parte nemmeno per un secondo. “Vuoi diventare un’attrice?”, le chiedo. “Cosa? No! Voglio diventare una scienziata”.

Non è consentita alcuna contaminazione con l’epoca moderna. Dire la cosa sbagliata può costare dei soldi, se non l’espulsione dal set. L’edificio è pieno di microfoni nascosti, un po’ come sotto il regime.

“Aumenterai le dimensioni della città con il CGI, poi?” chiedo, giusto per chiedere qualcosa.

Khrzhanovsky sussulta. “Se una di queste guardie ti sentisse mi multerebbe di cento hryvian [circa 125$]”, dice. “Perchè sei mio ospite. Non importa se sono il capo. Vengo multato come chiunque altro. Non puoi usare parole che non hanno significato in questo mondo”.

“Come CGI?”

“Seconda multa”

Il regista, che si presenta come il “boss” dell’Istituto, è descritto come una figura tirannica e torbida,
Il film è pronto all’80%. Vedremo.

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