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27 ottobre 2011

My best shot, una rubrica fotografica del Guardian

Il sito del Guardian ospita My best shot, una bella rubrica di fotografia. Ogni settimana un giornalista incontra un fotografo più o meno famoso e gli chiede di raccontargli cosa si cela dietro a quello che ritiene essere il proprio miglior scatto. Le storie che ne escono sono meravigliose. Ne ho scelte cinque.

Per leggere gli interventi completi cliccate il nome del fotografo.

David McCabe: «Lavoravo per Condé Nast e Mademoiselle magazine a New York, avevo declinato lo stile del reportage per la moda. Questo aspetto attirò l’attenzione di Andy Warhol; cercava qualcuno che lo seguisse alle feste, che lo fotografasse mentre serigrafava o girava video, catturando la sua vita quotidiana. [...] Nell’inverno tra il 1944 e il ‘45, venni chiamato per un incontro al St. Regis Hotel: avremmo fatto visita a Salvador Dalì, il mio eroe.

Quando arrivammo nella sua suite ci chiamò a sè con un bastone e nessuno parlò; la musica d’opera era così assordante che la stanza vibrava. Dalì prese Andy per un braccio sbattendolo su una sedia, mi guardò per dirmi di prepararmi afferrando un enorme copricapo Inca e appoggiandolo sulla testa di Andy. Fu puro teatro. Dalì stava rendendo Andy talmente nervoso — cosa rara: solitamente era lui ad ammutolire gli altri — che bevve del vino. Non l’avevo mai visto bere prima di allora.»

Guillaume Herbaut: «Nel 2004 lessi un articolo sui bambini albanesi coinvolti nelle faide famigliari. Non possono uscire di casa perchè rischiano di essere assassinati. Decisi di seguire il fatto e andai a Shkodër, una città del nord. [...] Lavorammo con un intermediario di nome Emin. [...] Ci portò a far visita a Lina, una giovane donna. Aveva 28 anni — sebbene sembrasse più vecchia — ed era molto bella. Ci raccontò di suo marito, che era stato assassinato. Il Kanun impone che le famiglie delle vittime debbano vendicarsi, quindi il suo obiettivo era uccidere l’assassino del marito. [...] Aveva una pistola nella borsa e un kalashnikov in camera da letto, ma non potemmo ritrarla con le armi: sarebbe potuta finire in prigione. Eravamo in cucina, quindi prendemmo un coltello. [...] Il mio contatto mi disse, poi, che forse Lina si era innamorata di me. Non l’ho mai più rivista.»

Steve Schapiro: «Nel 1964 andai al Moma di New York per fotografare René Magritte. [...] Stavo lavorando per Life magazine e avevo solo un’ora e mezza di tempo; ma per ogni fotografia, Magritte decise di diventare parte, o di essere connesso, a uno dei suoi lavori. [...] La foto che ho scelto funziona bene perchè Magritte sembra realmente il protagonista di molti suoi quadri, specialmente quelli con l’iconica bombetta. La sfida — sempre — è sul come fare una foto speciale. Se si lavora con qualcuno di fantasioso, con un artista del livello di Magritte, diventa una vera e propria collaborazione. [...] Non parlammo molto: comunicammo perlopiù sorridendo.»

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