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20 giugno 2011

Un atlante verde, 1953

Quando creò uno dei poster più belli della storia Herbert Bayer aveva 26 anni. Era il 1926, da circa un anno era stato nominato da Walter Gropius primo direttore dei settori stampa e pubblicità del Bauhaus dove aveva studiato per quattro anni sotto l’ala di Kandinskij e Moholy-Nagy. Due anni dopo sarebbe diventato art director di Vogue a Berlino e dopo altri venticinque avrebbe guidato la progettazione di un atlante geografico. Meraviglioso, ovviamente.

Il World Geo-Graphic Atlas venne commissionato a Bayer da Walter Paepcke, filantropo e leader della Container Corporation of America, in vista del venticinquesimo anniversario di fondazione dell’azienda. Già allora, con due decenni d’anticipo sulla nascita ufficiale dei primi movimenti ambientalisti, qualcuno cominciava a preoccuparsi per la salute del pianeta e Paepcke era tra questi. Ad allarmare erano principalmente le conseguenze dell’incremento demografico globale: la diminuzione delle terre disponibili, la deforestazione, la diminuzione delle riserve minerarie e lo spreco di energia. Paepcke, convinto che solo una presa di coscienza da parte dell’élite industriale e politica del paese potesse portare a un cambiamento effettivo della situazione, decise di finanziare la creazione del World Geo-Graphic Atlas per spedirlo gratuitamente ai principali clienti e a 150 college americani.

Bayer, in collaborazione con Martin Rosenzweig, Henry Gardiner e Masato Nakagawa, diede forma a un atlante di nuova generazione, profondamente diverso da quanto fatto fino ad allora. Bayer sentì la necessità di creare un prodotto multidisciplinare, in cui geografia, geologia, demografia, astronomia, climatologia ed economia cooperassero per tracciare un ritratto effettivamente attuale del pianeta: montagne, correnti marine e stati, quindi, ma soprattutto persone. Nella seconda pagina del volume un diagramma di Eulero-Venn racconta in estrema sintesi l’impostazione concettuale del progetto.

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