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4 febbraio 2011

I ventitré caratteri tipografici acquisiti del MoMA e una divagazione sulle insegne di Milano

Una decina di giorni fa Paola Antonelli, curatrice del dipartimento di Architettura e Design del MoMA di New York, ha annunciato che ventitré caratteri tipografici entreranno a far parte della collezione permanente del museo. Negli ultimi tempi ci siamo abituati a celebrazioni della tipografia che vanno oltre le nicche di appassionati, a questo proposito vi ricorderete di certo del chiasso attorno all’anniversario dell’Helvetica. Sono tutti segnali positivi che porteranno ad una maggiore comprensione di ruolo e importanza della tipografia anche da parte di chi non ci lavora direttamente, ma la vive, e subisce, ogni giorno.

Una divagazione: sapevate che esiste un’autorità comunale con il compito di autorizzare ogni singola insegna delle attività commerciali? L’ho scoperto un po’ di tempo fa leggendo un articolo a caso dove si diceva che la polizia di Milano, forte di un regolamento approvato da questa misteriosa autorità delle insegne, aveva potuto multare dei negozi cinesi perché mostravano sulla facciata insegne prive di traduzione in italiano e, quindi, fuori regolamento. Ho trovato alcune cose qua e là sul sito del comune, ma non so niente di più. E in ogni caso basta fare una passeggiata in strada per capire che la «Soprintendenza per i beni Architettonici e per il Paesaggio di Milano» non prende molto a cuore la questione quando non si parla di negozi cinesi.

Tutto questo discorso era per dire che sarebbe bello se la cultura della tipografia raggiungesse un po’ più tutti o almeno quelli che decidono se un’insegna è bene o no per il “Paesaggio di Milano”. I graffiti vari posso essere un problema con tutto il vandalismo e via dicendo, ma dal mio punto di vista lo sono poco più di questa insegna che vedo ogni giorno quando esco di casa.

Riconosciuta quindi la bontà all’iniziativa capiamo meglio che succede al MoMA. I caratteri selezionati sono ventitré. Qua sotto ve ne ho riportati una decina con una breve descrizione in italiano, per tutti gli altri andate a vedere il sito ufficiale.

OCR-A (1966) è stato progettato perché possa essere facilmente compreso dai computer attraverso una scansione. Per questo è utilizzato più o meno ovunque serva una lettura informatica di dati stampati. Uno per tutti i numerini sotto il codice a barre, ma anche gli assegni e carte credito. Poi, ovviamente, proprio per il suo sapore tecnico e retrò è finito per andare di moda.

FF Blur (1992) è un carattere di Neville Brody nato nell’esaltazione per le possibilità dei mezzi digitali. È ispirato all’estetica punk di fine anni ’70, quando le riviste indipendenti erano piene di tipografia corrosa e mangiata dalla bassa qualità della riproduzione su macchine fotocopiatrici Xerox.

FF Din (1995) ha un nome abbastanza significativo: «Deutsches Institut für Normung» (Istituto Tedesco per la Normalizzazione). Il carattere è una versione ammorbidita di quello che fu utilizzato ovunque in Germania per la segnaletica delle autostrade. Quello disponibile è più morbido e meno tecnico, ma mantiene un carattere pulitissimo e ordinato che ne ha consentito la diffusione in moltissimi campi, compresa l’editoria.

Bell Centennial (1976) è, in breve, il carattere degli elenchi telefonici. È stato progettato per il centesimo anniversario di AT&T ed è pieno zeppo di correzioni per mantenere una buona leggibilità nonostante sia stampato in piccolo. In particolare è pensato per risolvere i problemi tecnici legati alla diffusione degli inchiostri di bassa qualità su carte molto porose come quelle riciclate.

Gotham (2000) è il carattere che ha fatto vincere Obama. Utilizzato da Tom Ford a Discovery Channel è di sicuro uno dei più caratteri più rilevanti degli anni ’10. Ritornando alle insegne: «The inspiration for the typeface came from time spent walking block-by-block through Manhattan with a camera to find source material. The font was based on the lettering seen in older buildings [...] to preserve those old pieces of New York that could be wiped out».

Miller (1997) nasce come interpretazione di un carattere scozzese d’inizio ottocento ed è perfetto per la lettura di testi lunghi. Non è un caso infatti che sia stato scelto da quotidiani e riviste di tutto il mondo, dal Guardian al Washington Post. Noi potremmo invece ricordarcelo per le pagine di Internazionale, la rivista di Giovanni De Mauro, prima del redesign di Mark Porter.

Meta (1984) è stato inizialmente progettato per le poste della Germania. Il carattere sarebbe dovuto essere estremamente flessibile, idoneo sia ad essere stampato in piccolo su un francobollo che in grande sulla fiancata di un camion. Il progetto non venne approvato, ma fu rilasciato dall’autore e si diffuse tanto da essere considerato, oggi, «l’Helvetica degli anni ’90».

Verdana (1996) è un carattere nato per Microsoft quindi appositamente per essere letto sullo schermo. In questo senso sono state apportate molte correzioni: è ampiamente spaziato, è largo e accentua le distinzioni tra lettere simili (come la «i» maiuscola e la «elle» minuscola). IKEA ha creato un caso passando dal Futura al Verdana per tutti i suoi cataloghi con l’idea di unificare comunicazione web e stampa. La scelta ha suscitato polemiche con un eco mediatico tale da raggiungere anche il Time.

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Ci sono 2 commenti

  1. Sempre più mi convinco che devo studiare per bene questa storia dei caratteri. Mi puoi consigliare un manuale?

    scritto da Gregorio il 7 febbraio 2011 alle 00:39

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