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24 novembre 2010

Storie illustrate dell’arte


Aby Warburg è nato ad Amburgo nell’anno in cui in Italia Garibaldi se ne andava in giro a dire: «obbedisco». È morto che l’industria del cinema muoveva i suoi primi passi (negli stessi mesi vennero consegnati i primissimi premi Oscar),  che la BBC trasmetteva un programma televisivo per la prima volta e computer ed Internet erano a decenni dal venire. Aby era il primogenito di una ricchissima famiglia di banchieri austriaci che, racconta la leggenda, ad undici anni scambiò la sua intera eredità col fratello minore in cambio di una promessa: «mi comprerai sempre tutti i libri che vorrò». A lui piaceva leggere. Il fratello, mica scemo, accettò e Aby mise le fondamenta della Kulturwissenschaftliche Bibliothek Warburg (la biblioteca di Warburg per la scienza della cultura).

Warburg è sempre stato definito, lo è ancora oggi, uno storico dell’arte. Il suo nome è finito nei libri assieme a quello dei più famosi e venerati Winckelmann, Panofsky e Gombrich.
(Cosa c’entra tutto questo con le infografiche? Ci arrivo. Venitemi dietro che, giuro, è interessante).
Sempre i libri dicono che il suo massimo traguardo è stata la fondazione della disciplina dell’iconologia, ovvero quella branca della storia dell’arte che si occupa di ricercare le spiegazioni delle immagini, dei simboli e delle figure allegoriche dell’arte. Ma il nostro ha sempre affermato di essere stato interessato da altro: voleva, dice lui, raccontare «storie di fantasmi per adulti».Warburg era convinto che le opere d’arte (e tutte le immagini con loro) non potessero essere spiegate semplicemente attraverso la banale ricostruzione storiografica delle influenze e delle genealogie: questo pittore ha influenzato quest’altro, qui c’è un pezzo di quel quadro, questa pennellata è identica a quella e via dicendo. Warburg credeva che la cultura fosse più fluida di così e che le sopravvivenze delle immagini andassero cercate là dove meno ce se le aspettava, come nella memoria collettiva. Come è possibile, si chiedeva Warburg, che si ritrovi la stessa identica posa del piede in un bassorilievo romano e in un affresco del Botticelli che lo segue di almeno un migliaio di anni? Per non parlare, ma questo Warburg non lo poteva sapere, del motivo per cui la stessa posa del piede ritorni, ancora, con altre centinaia di anni di distanza nella famosa scena di ballo di Pulp Fitcion.
(E le infografiche? Ci siamo quasi).

Per studiare le immagini  Warburg si inventò uno strumento tecnico chiamato Atlante della Memoria (o Mnemosyne). Per raccontare la storia di queste immagini fantasmatiche, per descrivere queste sopravvivenze – era evidente – le parole non erano sufficienti. Bisognava «dire con le immagini», cercare questi fantasmi dentro alle opere stesse e nelle loro risonanze.
L’Atlante è un insieme di di grandi pannelli, costruiti con una intelaiatura di legno e coperti da un panno nero, su cui Warburg dispose centinaia di fotografie di opere, provenienti tanto dalle “belle arti” quanto dalle “arti applicate”. Le sopravvivenze non fanno distinzioni di sorta: un francobollo può valere tanto quanto un dipinto di Delacroix, un ritaglio di giornale quanto un affresco di Raffaello.
L’Atlante è (eccoci) un’infografica. Uno strumento, in primo luogo, di studio dove verificare visivamente le teorie sulle immagini costruendo raffronti e reti concettuali visive: sopra ai telai di Mnemosyne le immagini non stavano mai ferme, non erano incollate ma semplicemente applicate ed il movimento o l’inserimento di nuove fotografie ridefiniva – anche radicalmente – il significato complessivo. E, successivamente, un oggetto usato per presentare le proprie analisi: come fossero slide di un Power Point ante litteram, Warburg portò in giro i pannelli dell’Atlante per l’Europa a supporto fisico e visivo delle sue conferenze sulla storia dell’arte rinascimentale.

Gli studiosi parlano di Warburg come di un precursore del pensiero ipertestuale e scrivono dell’’Atlante come di qualche cosa che si situa a metà strada tra il Talmud e Internet. Warburg aveva capito per primo la potenza delle immagini, aveva compreso dove saremmo arrivati e, con largo anticipo, aveva deciso di andarci per conto suo.

Nemmeno gli storici dell’arte riescono a confrontarsi serenamente con l’Atlante; ma se avete voglia di curiosarci dentro, di andare a vedere e a sentir raccontare di queste storie di fantasmi per adulti non posso che consigliare l’analisi di molte tavole del lavoro di Warburg preparata per la mostra Mnemosyne. Iter per labyrinthum dalla rivista Engramma.

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