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5 novembre 2010

C’era una volta una mappa


Un romanziere scrive, un musicista suona, un regista dirige. E un cartografo?
Disegna mappe. James Joyce ha raccontato della miseria e delle difficoltà di Dublino, Lou Reed ha cantato i bassifondi e il fascino malato di New York, Woody Allen del suo amore per Manhattan. Dennis Wood da quasi quarant’anni disegna cartine del suo quartiere, Boylan Heights.
Cartine inutili, bisogna aggiungere. Perché sfogliando Everything Sings: Maps for a Narrative Atlas, il libro appena pubblicato che raccoglie l’intera produzione di Woods si trovano ben poche mappe realmente utilizzabili. Ci sono piantine che illustrano quali case del quartiere hanno una zucca esposta nei giorni di Halloween, che segnalano la posizione di ogni graffito lasciato sui muri, che mostrano l’orientamento dei cavi della corrente e del telefono, che indicano ogni singolo cartello stradale della zona o il numero e la disposizione degli alberi. Ce n’è persino una analizza il colore delle foglie in una giornata d’autunno.
Sull’utilità delle mappe di Wood, Ira Glass (conduttore di This American Life, programma radiofonico che per primo ha reso celebri e note le cartine di Boylan Heights) dice:

Una delle mie preferite, “Pools of Light”, è una rappresentazione fatta di cerchietti bianchi e sfocati della luce prodotta dai lampioni nella notte. Anche se fossi a Boylan Heights in una notte buia e necessitassi di trovare un lampione, è difficile immaginare un modo in cui questa mappa potrebbe essermi d’aiuto. Innanzitutto, avrei bisogno di andare sotto ad un lampione per leggere la maledetta mappa e così facendo, beh, avrei anche raggiunto il mio obiettivo, no?

Ma una mappa che non serve a niente che cosa è?

Siamo abituati a pensare alle cartine come a qualche cosa che assolve esclusivamente il proprio scopo: ci fornisce le informazioni e i dati di cui abbiamo bisogno. Una piantina prende una fetta piccolissima di realtà, la sviscera e la riproduce col miglior rapporto fedeltà/astrazione possibile: la rotonda è lì, a duecento metri c’è una svolta, attento che è un senso unico. Non gli è richiesto altro se non l’efficienza.

Wood la pensa diversamente. In fondo, prova a spiegare, non c’è questa gran differenza tra le mappe e un libro. Da una parte si rappresentano fatti reali, estrapolati dal mondo, mentre dall’altra ci si muove sul piano della finzione, certo, ma entrambi sono sistemi semiotici, leggibili come testi, interpretabili perché ricchi di significato. Entrambi partono da una serie di dati e li utilizzano per costruire un mondo e la sua narrazione. Quella di Wood è la ricerca di una poetica nella mappa, il tentativo di utilizzarla per altri scopi rispetto a quelli che siamo abituati ad attribuirle. Quando mettiamo una cartina dietro l’altra in un atlante, dice, stiamo immediatamente raccontando qualche cosa, stiamo scrivendo capitoli di una storia fatta non di parole ma di tratti, i pittogrammi e icone.

Ira Glass, stupito, alla fine della sua intervista chiede a Woods: «sembra quasi che tu stia cercando di costruire un romanzo fatto di puri simboli, fatto di mappe». «Lo sto facendo, è così», risponde. «Perché no?».

La mappa del sistema fognario di Boylan Heights

La mappa del colore delle foglie in autunno

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