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28 ottobre 2010

Squartare case

Eh sì, anche i plastici di Porta a Porta sono infografiche. Direi di più: sono forse le infografiche più chiacchierate di sempre, in Italia. Come sappiamo la satira li ha eletti a simbolo del voyeurismo di un certo tipo di approfondimento giornalistico già dal 2002 quando al centro del “salotto d’Italia” ha fatto la sua apparizione la villetta di Cogne scoperchiabile. Da allora Vespa ne ha fatti costruire altri: quello della casa di Garlasco, quello dell’appartamento della trans Brenda e quello della casa di Avetrana. In totale quattro plastici. A quanto pare funzionano.

Per un attimo però togliamo Vespa, Raiuno e il clamore che si solleva sempre attorno ai casi estremi di cronaca nera e proviamo a vedere i plastici come quello che sono, terra terra: il mezzo ideale per spiegare i gialli. Un plastico pieghevole per posizionare le pedine all’interno delle stanze e per formulare le ipotesi sarebbe il gadget perfetto per ogni romanzo di Agatha Christie. Finchè la storia rimane scritta sulla pagina l’immaginazione deve ricreare gli interni sulla base di descrizioni spesso troppo complesse: quante volte abbiamo dovuto rileggere interi paragrafi di Dieci piccoli indiani?

Tornando a Porta a Porta si capisce però che il fine di questi plastici è tutt’altro: i personaggi coinvolti nei delitti trattati finora, diversamente da un giallo letterario classico, sono sempre pochi, così come le ipotesi al vaglio e i dettagli che si aggiungono di puntata in puntata. Quelle in questione non sono storie particolarmente complesse ma la presenza del plastico in studio le rende automaticamente tali agli occhi dello spettatore: è come dire al pubblico che senza una ricostruzione del luogo del delitto sarebbe difficile capire cos’è successo. Ogni tragedia diventa così un gioco collettivo a livello nazionale su cui scervellarsi (chi di voi ultimamente non ha sentito almeno una volta qualcuno dire la sua sul delitto Scazzi?) e le puntate dedicate al tema si moltiplicano.

C’è poi un secondo aspetto sicuramente più scontato ma altrettanto importante ossia l’attrazione del proibito. Spiare dall’alto la “tana del mostro” è un po’ come quando da piccoli si entrava in luoghi a noi preclusi: terrore ed eccitazione insieme. Qui la paura ci è risparmiata dalla palese artificialità del modellino (anche se Vespa ci tiene a farci vedere che il cancello è uguale a quello reale) e resta solo la morbosa curiosità di vedere com’è la casa al suo interno. Poi si scopre che è un’abitazione normalissima ma ci si scandalizza comunque, un modo si trova sempre.

Se proprio dobbiamo trovare un termine, i plastici di Porta a Porta possono essere definiti infografiche “emozionali” e mi sa che sono le prime che vedo. C’è dietro un genio della televisione.

Eh sì, anche i famosi plastici di Porta a Porta sono infografiche. Direi di più: sono forse le infografiche più

chiacchierate di sempre, in Italia. Come già sappiamo la satira li ha eletti a simbolo del voyeurismo di un

certo tipo di approfondimento giornalistico già dal 2002 quando al centro del “salotto d’Italia” ha fatto la

sua apparizione la villetta di Cogne scoperchiabile. Da allora Vespa ne ha fatti costruire altri tre: quello

della casa di Garlasco, quello dell’appartamento della trans Brenda e quello della casa di Avetrana.

Quattro plastici: a quanto pare funzionano.

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