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8 ottobre 2010

Due parole sul redesign del marchio Gap

Molti hanno già parlato del restyling del marchio Gap e, nonostante abbia deciso di astenermi dallo scrivere un commento sul logo, sono stato obbligato a notare due cose dalle dimensioni sconvolgenti che sta prendendo la polemica.

Primo, se è vero il principio che l’importante è far parlare, ora abbiamo la conferma che un brand già noto ha la possibilità di raddoppiare — eufemismo — la propria popolarità a costo zero, inventandosi un rebranding e lasciare la comunità sconfinata di designer, aspiranti grafici e creativi in genere a fare tutto il lavoro per loro. Del redesign ne hanno parlato in molti, inclusi personaggi noti del web e professionisti affermati. Il marchio ha pure un twitter dedicato.


Secondo, ora sappiamo che il numero di designer, aspiranti grafici e creativi in genere disposti a produrre gratis una qualche sorta di segno grafico privo di qualsiasi strategia o spessore progettuale è ufficialmente infinito. Una prova? Solo qua ci sono 920 proposte di redesign del marchio Gap e senza averle viste posso dirvi che se ne potranno salvare al massimo l’uno o il due percento. Altre 240 proposte sono qui, appena migliori perché, a differenza del primo, queste non sono ospitate da un sito di crowdsourcing speculativo.

Detto questo, il marchio nuovo non funziona, sono d’accordo e non so quale sia la strategia dietro a questa innovazione, né l’idea di Gap per il suo futuro, ma mi domando: un’azienda con un fatturato netto di decine di miliardi di euro e più di tremila punti vendita solo negli Stati Uniti, può davvero fare un errore del genere senza esserne consapevole? Magari è proprio così, in preda al panico per la diminuzione delle vendite (14% in due anni) l’azienda ha fatto un grande passo falso sperando di risolvere tutto con un rebranding radicale, chissà.

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