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6 ottobre 2010

Giornalisti di domani, sarete (anche) designer

Il video qui sopra dura 54 minuti. Lo so che non li avete 54 minuti. Ma li avevo io. Così ho guardato “Journalism in the Age of Data” di Geoff McGhee e adesso ve lo racconto.

Il documentario, raccogliendo le voci dei migliori designer del mondo, gira attorno ai soliti temi: da dove viene questo fenomeno delle infografiche (un giorno troveremo un termine più giusto per tradurre l’inglese “data visualization”, ve lo assicuro), come può interfacciarsi col giornalismo per aiutare le persone a capire meglio le cose e – classico – dove andremo a finire.

Da dove veniamo? Veniamo da Internet. È l’abbondanza di dati, resi disponibili e organizzati attraverso la rete che ha permesso al fenomeno di diventare quello che è. Non abbiamo cominciato a fare infografiche perché erano carine. Abbiamo cominciato a fare infografiche perché avevamo cose su cui disegnarle.

Da grande farò il data visualizer.
I dati però, presi singolarmente, significano molto poco. È l’ecosistema in cui sono inseriti che li rende interessanti, è il contesto. La sfida per il giornalista e per il designer (che, continuo a sostenerlo, diventeranno uno a breve) è questa: riuscire a prendere fenomeni ad alta complessità e a semplificarli abbastanza da farli comprendere a chiunque.
Fernanda Viégas, ricercatrice nel campo della visualizzazione per IBM, spiega:

«Il nostro cervello si è evoluto dando alla vista più importanza che a qualsiasi altro senso, così siamo diventati bravissimi a capire le cose semplicemente guardandole».

Ed è facile realizzare il perché sempre di più si stia pensando alle infografiche come strumento per prendere le cose difficili e farle diventare semplici ai nostri occhi di spettatori.
Amanda Cox, “queen of infovis” e graphic editor del New York Times, dice:

«il mio più grande obiettivo è quello di cambiare quello che i lettori credono a proposito di qualche cosa. Prendere una nozione che pensano di avere aquisito e indurli a ripensarla come fosse la prima volta».

Una nuova speranza? Il dilettantismo però è dilagante, le chartjunks (le infografiche belle ma incomprensibili) si moltiplicano e pochi sono veramente consci del potere offerto dal data visualization. Ogni anno a Pamplona, al Malofiej Infographics World Summit, le migliori menti del mondo delle infografiche si incontrano per una specie di riunione di famiglia informale dove vengono anche consegnati dei premi per le migliori chart dell’anno. È terribilmente confortante sapere che loro stessi sono i primi a fare autocritica. Álvaro Valiño, vincitore di uno degli award,:

«come designer dobbiamo capire come essere più sintetici e puliti. Dobbiamo ancora evolverci molto».


Cose interessanti da vedere se avete pochissimo tempo:

-Il capitolo III. Telling Data Stories dove si illustrano le tecniche narrative che i designer stanno adottando per guidare il lettore attraverso l’interpretazione dei dati presentati.
-Il capitolo V. Life as a Data Stream dove c’è quel pazzo di Nicholas Felton che racconta il processo dietro ai suoi “Feltron Annual Reports”.

Qualche link notevole:
-Many Eyes, strumento per il Data Visualization di IBM
-Il Google Public Data Explorer
-Swivel, per il data sharing (down al momento)

C’è una versione annotata, linkata e divisa in capitoli, del documentario su datajournalism.stanford.edu. Se foste anche solo lontanamente intenzionati a vederlo, consiglio di andare lì.

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Ci sono 2 commenti

  1. i cinquanta minuti li troverò.

    scritto da mad il 8 ottobre 2010 alle 13:09

  2. il problema non sono i designer di infografiche, 99 volte su 100 hanno le idee chiare. Il problema è l'editore/ committente, che non ha le idee chiare e non ha strumenti per capire cosa gli piace e cosa non gli piace. A lui, figuratevi al suo pubblico. Però ha ancora la possibilità di rompere i c.... al designer a morte. Parola di infographic designer

    scritto da marco il 13 febbraio 2013 alle 18:35

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