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8 giugno 2010

Tarkan

1 Aprile 2010 — In totale abbiamo passato circa 5 ore e mezza in aereo, e almeno 25 in treno. E il treno è un habitat decisamente più naturale per noi esseri umani privi di poteri speciali. In particolare il treno ucraino. Dentro gli involucri di plastica, quattro per ogni cuccetta, uno a persona, abbiamo trovato due lenzuola una federa un asciugamano ed un pacchetto di fazzoletti che ci auguravano “buon viaggio!” E poi avevamo un materasso, un cuscino, una coperta e compagni di viaggio sempre interessanti.

Da Odessa a Kharkov sono 15 ore. Il treno partiva alle 18:50 e noi avevamo uno sguardo annebbiato dalla stanchezza e un paio di panini nello zaino, le nostre cuccette erano quelle in alto. Ma i compagni di viaggio non volevano sentire ragioni: spaparanzati nei loro comodi posti di sotto sgranocchiavano semi di girasole e ordinavano tè e birre per tutti, pregandoci di stare a nostro agio, forza forza, ed accomodarci nei posti in basso al loro fianco. Al mio fianco dunque c’era Hassan il turco, di mestiere “Teksil” come diceva la penna d’azienda. Nella borsa, un computer rotto ed un paio di campioni di stoffe improponibili a fiori rosa e grigi. Di fianco a Clava, un uomo enorme di cui non posso ricordare il nome, che chiameremo il Moldavo.

Parlate russo? Eh, no, voi parlate inglese? No. Per parecchi giorni ci siamo chiesti come siamo riusciti, quella sera, a chiacchierare con loro per tre ore consecutive. Riassumendo, abbiamo scoperto questo:

Hassan, di Istanbul, commercia in stoffe tra Odessa e Kharkov e quell’armadio del Moldavo è il suo traduttore, anche se spesso saltano fuori parole come Bodyguard che ci insospettiscono. Hassan ha una figlio.

Ieri sera Hassan è stato in una discoteca ad Odessa ed ha conosciuto una ragazza ucraina di 25 anni (ci fa vedere la foto sull’iPhone, ma più a Clava che a me). Siamo tutti d’accordo che i mediterranei sono scuri mentre i russi sono bianchi (blini).

Il Moldavo è andato a scuola per nove anni, mentre Hassan non più di sette. Circolano battute simpatiche sulla stupidità dei nostri compagni, naturalmente tra di loro, e poi c’è stupore per il lavoro di Clava: professore di inglese (è così che si guadagna la vita, in attesa di essere un artista di fama mondiale).

Clava assomiglia ad un cantante turco di musica pop, un certo Tarkan, del quale scriviamo subito il nome sul taccuino, promettendo di cercarlo su internet. Una delle poche parole che abbiamo in comune infatti è Google.

Hassan non ama gli Stati Uniti, ci dice che gli americani sono tutti sheitan, ovvero qualcosa con le corna. Tori? Solo dopo molto tempo, nell’allegria generale, capiamo che quelle corna stanno per “diavolo”. E da lì il passo è breve: siete cristiani?

Hassan è mussulmano, il Moldavo è ortodosso, Clava il paraculo si professa protestante. Resto solo io, l’atea. Hassan mi consiglia di leggere il corano. È stato tradotto in italiano? Allora devi leggerlo, raccoglie il sapere di tutti i profeti fino a Maometto, per questo l’unica religione vera è l’islam. Il Moldavo se la ride. Io assecondo, poi Hassan mi guarda e mi dice, in turco: Cristiani, Mussulmani, tutti buoni nel cuore. Annuisco con veemenza.

Alle undici si va a dormire, i semi di girasole vengono ritirati, il Moldavo toglie i jeans e sotto ha un paio di pantaloni dell’Adidas, tutti quanti crolliamo nel treno silenzioso e tropicale.

Alle 8 e 20, mezz’ora prima dell’arrivo, il controllore del vagone 6 ci viene a svegliare. La prima immagine che ho della mattina grigia e puzzolente sono le spalle del Moldavo viste da sopra, la sua canottiera viola, la catena con croce d’oro tempestata di brillanti, e il tatuaggio sulla spalla sinistra: una gabbia fatta a mano in inchiostro blu da galeotto, il tratto sbavato, un paio di colombe che volano via. Clava dalla sua posizione vede invece il volto furbo di Hassan, i capelli grigi, il completo a righe, la pelle molle sotto il mento e la barba da vecchio.

Siamo scesi dal treno per ultimi, dietro di noi erano rimasti solo loro, cauti, macchinosi, sospettosi, seduti nella cuccetta a controllare la situazione, con lo sguardo scaltro e professionale di due gangster alla luce del mattino.

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