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17 giugno 2010

Sergey, Nina e Solomija


3 Aprile 2010 — L’ultimo pomeriggio che abbiamo passato a Kharkov (che si legge con Kh aspirata, come Mikhail) siamo stati invitati da Sergej a casa sua. Questo Sergej di cui sto parlando è un fisico di trent’anni che conosce l’italiano e che mia madre ha assunto perché lo insegnasse a Katerina, e ai bambini dell’istituto che dovessero manifestare qualche interesse.

Il tre aprile, dunque, verso le due e mezza, abbiamo preso il pullman 289 alla fermata Universitait, lungo Prospecta Lenina, in direzione periferia. Il biglietto costa 2 grivne e per arrivare a casa di Sergej, che è al capolinea, ci vuole una mezz’ora. La zona è molto bella, e dovessi scrivere una guida di Kharkov, la consiglierei.

Il cielo era azzurrissimo dopo cinque giorni di pioggia e abbiamo aspettato volentieri, seduti su un’altalena, che Sergej ci desse il permesso di salire. Diceva,“Nina sta nutrendo la bambina, possiamo aspettare?”

Nina è sua moglie, alta e bionda, con una faccia antica e modi di fare antichi.

Siamo saliti nel loro appartamento verso le tre e mezza, e quello strano pasto che sta a metà del pomeriggio ucraino era quasi pronto sui fornelli. C’erano patate lesse, polpette di maiale e smetana, cetriolini fermentati, pomodori fermentati, frutta e cioccolata, e tè, nero o verde. In mezzo al salotto vuoto era apparecchiata la tavola di legno. Come ci ha spiegato Sergej, si erano trasferiti da poco, e la casa era ancora in fase di preparazione: la culla di Solomija, una stufetta elettrica a forma di caminetto con tanto di fiamme rosse di plastica.

Solomija è la figlia di Sergey e Nina, ha due mesi e io non l’ho vista. La riservatezza eccezionale delle famiglia ha fatto sì che, una volta ricevuto il permesso di salire, la bambina fosse già addormentata nella sua culla e ricoperta di pizzo, una velina bianca la nascondeva pudicamente, silenziosa come una bambola. La nonna, la madre di Nina, spingeva la culla verso l’uscita, con il volto gonfio e per metà paralizzato rivolto verso il pavimento, e il corpo pronto a proteggerla da questi sconosciuti. Ci ha lanciato uno sguardo obliquo ed è entrata nell’ascensore. Solo dopo mi hanno raccontato che non si usa fare vedere i neonati agli estranei, per paura del malocchio.

Uscite le figure misteriose, ci siamo seduti intorno alla tavola, che poco a poco si è riempita: di piatti consumati e pentole, vassoi, teiere fumanti, barattoli e bottiglie, ma non di parole. Per non escludere Nina infatti, siamo infatti passati dall’italiano (che Sergej parla con interessante goffaggine) all’inglese, ma lei ha continuato a non aprir bocca se non per sorridere con gentilezza e suggerire in ucraino a Sergej di dare il buon esempio con i pomodori fermentati.

Anche da fuori non arrivava nessun suono: eravamo al decimo piano, in mezzo a silenziosi condomini lontano dalle automobili, e in basso verso il sole vedevamo il bosco verde allungarsi tra noi e il centro della città.

Nina mi ha mostrato i lavori a maglia ai quali si era dedicata durante la gravidanza, un orsacchiotto bianco e azzurro, qualche calza minuscola. Intanto Sergey e Clava si scambiavano consigli fotografici: anche lui infatti aveva qualche velleità, anche se si indirizzava più che altro verso i paesaggi. I Carpazi andavano per la maggiore.

Mi sono resa conto piano piano, abituata ad un modo di fare più informale con le persone della mia età, che i nostri ospiti ci trattavano con estremo riguardo. Quando ho chiesto di fare una foto a Sergej per mia madre, che non lo ha mai incontrato, Nina ha avuto un lampo di frenesia negli occhi: l’unico momento spontaneo di quel pomeriggio. Si è alzata di corsa ed è uscita dalla stanza per tornare dopo un secondo con un pettine bagnato in mano. Sergej era impalato di fianco a lei e si è dovuto abbassare un poco perché potesse pettinarlo. Quindi, si sono messi in posa per farsi documentare, con grazia.

Poi hanno impacchettato dolci, meringhe, un pandoro, biscotti secchi e cioccolatini per il viaggio e sono scesi ad accompagnarci al taxi. Io e Clava, commossi, abbiamo chiesto al tassista di fotografarci insieme a loro.

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