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4 febbraio 2010

Best of Sundance / 3

sundance-3Questa sembra proprio essere la terza e ultima parte dello Speciale sul meglio del Sundance 2010. Saltando i convenevoli, a voi i film.

I’M HERE
Ovvero: il corto di Spike Jonze.

Iniziamo in bellezza, con il nuovo cortometraggio — ben 30 minuti — di Spike Jonze, un uomo che ha segnato gli anni 90, e pure buona parte di quelli successivi. Dato che il signorino sa sempre quello di cui andiamo in cerca, il film racconta la storia d’amore tra due robot in un mondo di robot — tutti, come vedrete, molto low-cost. Poco da fare: se vi piacciono lui e tutto il mondo che lo circonda, vi innamorerete del trailer — che trovate subito dopo il salto — e non vedrete l’ora di vedere il film, che pare mantenga le promesse implicite delle immagini qui sotto. Altrimenti, penserete che è sempre la solita roba, e vi infastidirete per la dolcezza patinata della faccenda. Io, per la cronaca, sto nel primo gruppo.

GASLAND
Ovvero: il film di denuncia.

Vincitore del premio per il miglior documentario U.S., il film diretto da Josh Fox indaga i pericoli generati dalla trivellazione (non è trivellamento, vero? m’è venuto il dubbio) dei gas naturali, dinamica industriale che a essere sincero non ho compreso del tutto. Ma tant’è: il documentario è stato uno dei più amati dalla critica, sia sotto l’aspetto d’indagine giornalistica sia sotto quello visivo. Qua sotto un brevissimo teaser trailer che, in caso siate gente paranoica e ambientalmente ipocondriaca, vi sconsiglio di guardare. No, dai, scherzo. Guardatelo lo stesso.

THE COMPANY MEN
Ovvero: il film con la gente famosa.

Sono stati più di uno i film proiettati al Sundance in grado di vantarsi di un ottimo parco vip, ma The company men è sicuramente quello con il trio d’attori più strano e affascinante: Ben Affleck, Tommy Lee Jones e Kevin Costner (+ Chris Cooper), tutta gente che per un motivo o per l’altro trovo profondamente simpatica, e l’idea di vederli recitare assieme mi attira parecchio. Come se non bastasse, dicono pure sia un bel film. La storia, minimale, segue tre punti di vista di altrettanti ruoli aziendali in un momento di difficoltà di una compagnia che si occupa di non so cosa, con conseguenti licenziamenti. Per chiudere il quadrato (perché non è un cerchio, qua nessuno c’entra con nessuno) il film è la prima regia di John Wells, sceneggiatore/produttore di E.R. e West Wing, due tra le migliori serie tv da quando sono nato — e non voglio obiezioni. Considerando gli attori, è molto probabile che il film arriverà anche in Italia, dove darà lavoro a qualche titolista capace. Io scommetto su Se mi licenzi ti invoco l’art.18.

JACK GOES BOATING
Ovvero: il film di Philip Seymour Hoffman.

“Di” nel senso “girato da”. E ve lo dico subito, sembra non sia granché come film. Questa non è una buona notizia: è un’ottima notizia. Leggendo del film ho infatti avuto per un attimo il timore che quest’uomo fosse un bravissimo regista, e si mettesse in testa di provare a stare più dietro alla macchina da presa che davanti. Per fortuna, come detto, le recensioni non sono positive, e spero quindi che il probabile fiasco del suo esordio possa rimetterlo sulla retta via e riportarlo a fare unicamente la cosa che sa fare meglio di quasi tutti gli esseri umani del mondo: recitare. In tutto questo, voi mi potreste chiedere: se il film è brutto, perché ne stai parlando? Semplice: c’è Philip Seymur Hoffman che ci recita dentro. Ve lo volete mica perdere?!

SPLICE
Ovvero: il film del tizio di The Cube.

Avevo già postato questa stessa clip di Splice su Personal Report diversi mesi fa, ma ora che il film non solo è definitivamente nato, ma è anche stato ben accolto, mi sembra giusto ripostarlo di nuovo. La storia che l’italo-canadese Vincenzo Natali ha scelto nel tentativo di iniziare a farsi chiamare “regista”, e non più semplicemente “quello di The Cube“, racconta le sanguinose vicende di un dolce esserino creato da due scienziati che la fantascienza definirebbe pazzi — cioè Adrien Brody e Sarah Polley, non due passanti. Arriverà in Italia? Immagino di sì.

CATFISH
Ovvero: il film senza trailer.

Che non è una caratteristica propria del film — prima o poi immagino che un trailer l’avrà — ma una caratteristica della mia segnalazione. Non sono infatti riuscito a trovare nessun video del documentario forse più amato del festival, solo un’intervista che non vi posto perché tanto non la guardereste. Il New York Times, per capirci, ha imbarazzantemente (perché no?) aggiunto al suo canale YouTube il video di un certo Catfish di due anni fa, spacciandolo come trailer del film presentato al Sundance. A parte questi discorsi discretamente inutili, il film, partito da outsider, è piaciuto tantissimo a tutti e, anche se non so al 100% cosa significhi, racconta il rapporto tra un fotografo e la famiglia di una bambina di 8 anni che questi ha incontrato su Facebook — ovviamente senza sapere fosse una bambina di 8 anni. Il film, usando un tono comunque leggero, mette in scena i rischi di un incontro virtuale tra due persone, e particolarmente interessante sembra essere il lavoro visivo tra regia e montaggio di Peter Debruge, che è riuscito a non rendere statico un film basato principalmente sulle immagini di uno schermo del computer. Sarebbe ovviamente bello capire come ci sia riuscito, magari dando un’occhiata a una clip, che però, come detto, non abbiamo. Un buon modo per chiudere l’ultima recensione tascabile di questo Speciale, no?

LA FINE
Ovvero: no, niente. È finito lo Speciale.

Bene. Io mi sono bruciato parecchie segnalazioni da qui ai prossimi mesi, voi avete accumulato così tante informazioni vaghe che domani non vi resterà più nulla. Ma, per quelli di voi che hanno resistito fino a qui (se questa terza parte è la prima che leggete non vale, prima di continuare dovete leggere le altre due) (che fate? dico davvero) (ok, va bene, continuate lo stesso), un premio d’arrivederci: gli storici tre secondi in cui il Sundance si è tenuto a South Park.

Arrivederci.

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