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2 febbraio 2010

Best of Sundance / 1

SundanceHarry Alonzo Longabaugh visse come fuorilegge alla fine dell’800. Sebbene fosse un tipo svelto con le pistole, la storia narra che non uccise nessuno negli anni in cui, con il Mucchio Selvaggio fondato assieme al socio Robert LeRoy Parker — o Butch Cassidy, se preferite — girò il Far West a rapinare banche. Alonzo Film Festival non sarebbe stato così male, ma per fortuna Harry Alonzo Longabaugh aveva un soprannome migliore: Sundance Kid.

Si è conclusa domenica l’ultima edizione del festival che, nato come Utah/US Film Festival, nel ’91 ha cambiato nome in Sundance Film Festival sulla scia del Sundance Institute, l’organizzazione no-profit fondata da Robert Redford e nominata in ricordo del pistolero che l’attore mecenate interpretò nel film di George Roy Hill del ’69. Negli ultimi trent’anni, Festival e Istituto sono stati tra i luoghi che più di tutti hanno contribuito a rendere vivo e forte il cinema indipendente, aiutando ad arrivare alla ribalta autori come i fratelli Coen, Quentin Tarantino, Kevin Smith, Robert Rodriguez, Paul Thomas Anderson, Steven Soderbergh, Todd Solondz, Jim Jarmusch — e no, non metto nessun link ai loro nomi, questa è tutta gente che si deve conoscere e basta.

È chiaro che, se siete di quelli che considerano la lamentela una condizione necessaria per qualsiasi osservazione approfondita, potreste far notare che rispetto ai suoi inizi da outsider a basso costo il festival potrebbe aver perso smalto nel corso degli anni, vendendosi a dinamiche più mainstream di quelle da cui era partito — e non avreste tutti i torti. Ma alla fine, per quanto mi riguarda, non è così importante: il Sundance è ancora un posto che aiuta gente che vuole fare cinema a farlo. E scusate se è poco.

Purtroppo, anche se stranamente, la Ryanair non copre le tratte verso lo Utah, quindi non sono potuto andare al festival di persona. Ma ho letto parecchi resoconti, recensioni e anticipazioni — le fonti principali sono state Metacritic, A.V. Club, New York Times, Variety, New York Post, Entertainment Weekly’s — e ho notato così tanta roba interessante che ho pensato di farne un riassunto per voi, attualmente progettato in tre parti più due mezze parti — sì, non è chiaro, ma mi tengo vago così posso cambiare idea.

Ho selezionato due tipologie di film, cioè sia quelli belli (ma va?), sia quelli a cui per i motivi più vari gira attorno parecchio hype (in italiano: “un sacco di gente ne parla”), come, per intenderci, il primo film da regista di Josh Radnor, la star protagonista di E alla fine arriva mamma! How I met your mother. A volte quelli con l’hype e quelli belli coincidono, ed è sempre un gran piacere.

Una sola raccomandazone: tenete presente che questi film non hanno ancora distribuzione — o, meglio, il mercato si è aperto all’inizio del festival, più avanti vi dirò chi ha già avuto acquirenti e chi no — quindi troverete anche trailer a bassa qualità e clip di scene apparentemente (anzi, realmente) secondarie, molte delle quali ho fatto parecchia fatica a trovare. Cercate quindi di avere pietà.

A questo punto, direi che possiamo cominciare.

WINTER’S BONE
Ovvero: il vincitore del Sundance.

Mi sembra giusto iniziare da quello che non solo è il vincitore del festival (sia miglior film, sia miglior sceneggiatura), ma anche uno dei film più amati dalla critica. Non c’è moltissimo da dire, il lavoro di Debra Granik sembra essenzialmente un bel film, uno di quelli dal ritmo lento e dalla storia non esageratamente accattivante — una figlia si mette alla ricerca del padre che l’aveva abbandonata, ora ricercato — ma con una regia solida, epica nel suo essere estremamente realistica. La protagonista 19enne Jennifer Lawrence — già vincitrice a Venezia del Premio Mastroianni come miglior attrice emergente per Burning Plain di Arriaga, lo sceneggiatore di Inarritu — è stata acclamata all’unanimità, e non ci sono dubbi che il film uscirà tanto negli Stati Uniti quanto qua. Qua sotto non una clip, non un trailer, ma uno show reel di cui non è chiarissimo il destinatario. Ma di sicuro vi farà capire del film molte più cose di quante potrei dirvene io.

EXIT THROUGH THE SHOP
Ovvero: il film di Banksy.

(Se non vi viene subito in mente chi sia Banksy vi do il tempo di una parentesi per dare un’occhiata qui e tornare fischiettando come se non fosse successo nulla). Dicevamo: il film di Banksy ha, per quanto ne ho letto in giro, due caratteristiche principali: l’essere bello e confuso. Il trailer qua sotto sembra volerci far pensare che sia semplicemente parecchio confuso, ma mi fido delle opinioni che ho letto in giro e quindi spero in bene. Se il film parte con la volontà di raccontare il mondo della guerrilla street art iniziando dagli anni ’90 e arrivando a oggi — con un occhio di riguardo per Banksy in particolare — pare che, non si sa come, il fuoco narrativo si sposti poi su Thierry Guetta, aspirante regista di origini francesi, prima proprietario di un negozio e poi street-artist sotto l’identità Mr. Brainwash. Qualcuno ha messo in dubbio l’effettiva partecipazione di Banksy nella creazione del film, il che ha creato l’atmosfera misteriosa tanto cara all’artista stesso, e nelle recensioni ho trovato sia l’uso indiscriminato della parola postmoderno come non mi succedeva da tempo, sia l’ammirabile e allo stesso tempo incompresibile definizione meta-mokumentary, firmata New York Times. Questo per dirvi che non è che sono lento io, sembra proprio strano il film.

BLUE VALENTINE
Ovvero: il film con la colonna sonora dei Grizzly Bear.

E non solo: i due protagonisti assoluti sono Ryan Gosling (Lars e una ragazza tutta sua) e Michelle Williams (potrei citarne diversi, ma vado diretto: Jen di Dawson’s Creek), due attori genuinamente sundenciani che, a sensazione, vedo davvero bene come giovani marito e moglie nel pieno di una crisi matrimoniale — sarà per le loro facce, amorevoli e scocciate. La narrazione del film di Derek Cianfrance (sì, è scritto giusto) si sposta avanti e indietro nel tempo a mostrare i vari momenti del loro rapporto, ed è stato accolto decisamente bene dalla critica che, a turno, ne ha lodato la sceneggiatura, l’interpretazione e, ovviamente, la colonna sonora della band di Brooklyn. Colonna sonora di cui potete forse ascoltare qualche nota nella clip qua sotto? Ovviamente no, per i motivi citati nell’introduzione. Ma, se volete, dopo aver guardato la clip — che comunque merita, a me quei due stanno simpatici a pelle — potete provare a farla ripartire dall’inizio togliendo l’audio e mettendo su un pezzo tranquillo a caso dei Grizzly Bear. Io chiaramente non ci ho provato — non ho così tanto tempo da perdere — ma sono sicuro al 90% che sarebbe davvero la morte sua.

happythankyoumoreplease
Ovvero: il film girato da Josh Radnor, il protagonista di How I met your mother.

L’ho citato lassù, dovevo metterlo per forza. Ma c’è una sorpresa: questo è anche il film che ha vinto il premio del pubblico. Quindi brutto brutto non può essere, per quanto, senza offesa per Radnor, tutti i presupposti siano disastrosi, a partire da un titolo tutto minuscolo e attaccato che spinge fastidiosamente sull’acceleratore dell’indie, con quel tono io-sussurro-perché-la-mia-timidezza-è-sintomo-di-intensità-interiore-ben-illustrata-dalla-qualità-dei-miei-cd-di-cantanti-sconosciuti-che-sussurrano-a-loro-volta che, ormai, è più snob che altro. La storia del film migliora le cose? Mica tanto, dato che racconta le vicende di tre coppie di giovani newyorkesi alternativi, autoironici e vagamente intellettuali. Devo commentare o l’associazione tra le parole “indie” e “sit-com” basta e avanza? Se vi state chiedendo il motivo di questa inspiegabile scarica di fastidio nei confronti del film, ve lo illustro subito: pur credendo in tutto ciò che ho scritto, ho una discreta voglia di vedere questo film.

Bene, per oggi abbiamo finito, ci vediamo domani per la seconda parte. O per una mezza parte. Ok, non lo so ancora, fate un salto domani e lo scopriamo insieme.

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Ci sono 2 commenti

  1. [...] i commenti oltreoceano, è stato il meglio del Sundance Film Festival che si è concluso domenica. Ieri mi sono dilungato in tante parole introduttive, oggi, per vostra fortuna, evito di annoiarvi e [...]

    pingback dal sito Best of Sundance / 2 | Personal Report il 3 febbraio 2010 alle 16:04

  2. [...] — o Butch Cassidy, se preferite — girò il Far West a rapinare banche. blog: Personal Report | leggi l'articolo Per help e visualizzare le immagini abilitare javascript. Scrivi un commento [...]

    pingback dal sito Notizie dai blog su La Universal non vuole il film su Scientology il 18 marzo 2010 alle 12:44

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