Articoli principali

10 novembre 2009

All city writers

all-city-writersIo ho dei problemi con i writer. Mi innervosiscono: hanno per le mani qualcosa di buono e grande che rovinano quasi regolarmente nel nome di una ribellione che ha perso di senso e forza nel corso degli anni o che, perlomeno, solo raramente è riuscita ad aggiornarsi portandosi dietro qualcosa di significativo. L’epica che vive dentro questo mondo e le meraviglie estetiche del lavoro sul lettering vengono regolarmente oscurate dal bisogno di gloria per la gloria, di bombing violento che non mi permette di aprire bocca quando il tabaccaio qua sotto mi dice che sarebbero tutti da mandare in galera, questi vandali che scarabocchiano sui muri. E sapete cosa mi innervosisce ancor di più? Che dentro alle parole del tabaccaio i writer ci sguazzano, perché a loro del tabaccaio non gliene frega nulla, chiusi nel loro mondo elitario che, per quanto mi riguarda, non ha più granché senso di esistere, scevro da qualsiasi reale protesta o messaggio.

Sto fastidiosamente generalizzando? Sicuro. Ma scrivo di pancia, perché — come è semplice dedurre dall’esistenza di questo articolo — stimo quest’arte, e mi piace quindi e comunque segnalare progetti come  All city writers, un volume di 410 pagine, decisamente maestoso, impaginato a mo’ di quotidiano, che se di certo non ha il mio tabaccaio come target diretto fa una cosa piuttosto rara: mette un po’ da parte le immagini e lascia parlare i writer. Ideato e organizzato da un italiano, Andrea Caputo, All city writers è un viaggio che parte dalla New York degli anni ’80 e arriva in Europa — con un occhio di riguardo per l’Italia —raccogliendo circa 600 tra articoli, racconti e testimonianze di quelli che furono, e a volte ancora sono, i protagonisti del movimento.

Sul sito potete trovare una serie di preview che vi faranno capire la portata e la capillarità del lavoro; il libro è stato presentato sabato e ho avuto modo di sfogliarlo e leggerne qualche pagina qua e là, che mi hanno fatto venire una gran voglia di comprarlo appena avrò qualche euro da parte. Costa 50 euro, ma ne vale la pena.

all-city-writers-2

Vuoi condividere questo articolo?

Ci sono 4 commenti

  1. Non sono riuscito a resistere, ma più che di pancia sto rispondendo di stomaco. Bene, saprò cosa regalarti per il tuo prossimo compleanno. Comunque visto che questo libro farà parlare i writers, leggendolo ti aiuterà, magari un giorno, a smorzare questo tono supponente a mio parer estraneo a questa rivista. Apprezzo lo sforzo riguardo l'utilizzo del linguaggio tecnico e l'esauriente link a wikipedia, sempre utile per riuscire a capire dalle nostre scrivanie ikea, un qualcosa nato per strada 40 anni prima di noi. ;)

    scritto da M.chissachiè il 10 novembre 2009 alle 23:06

  2. me la sono cercata, ma almeno ci ho guadagnato un regalo di compleanno. mi spiace sia passato un tono supponente, non era mia intenzione, proprio perché il mio sguardo verso il writing non viene in nessun modo dall'alto ma dal basso: il mio nervosismo è istintivo e non razionale, nasce semplicemente da quello che vedo intorno, niente di più (e infatti non c'è nessuno sforzo tecnico — se avessi voluto dare un giudizio esperto o apparentemente esperto avrei usato delle argomentazioni, avrei dimostrato — e il link a wikipedia è solo quello che facciamo in tutti gli articoli con parole che non tutti riconoscono immediatamente). una cosa centrale: tutte le arti e i movimenti, soprattutto se nati con un forte accento di protesta e di affermazione di se stessi con l'intento di negare altro, si sono modificati nel corso della loro storia, spostandosi e aggiornandosi. l'opinione che ho espresso nell'articolo si basa quindi solo su quello che sento intorno a me adesso, e non 40 anni fa, quando potevo riconoscere come forti e autentici i moti che spingevano i writer a determinate modalità di espressione. sarei quindi contento se qualcuno mi convincesse della forza e soprattutto della necessità della tag metà sulla saracinesca e metà sul muro sotto casa mia, considerando, come detto, quanto questa faccia poi male alla possibilità di un dialogo critico — dialogo in senso lato, chiaro — tra il writer e la città, che sia utile non solo alla circolazione del suo nome ma anche al mio rapporto con gli spazi in cui vivo.

    scritto da Pier Mauro il 11 novembre 2009 alle 15:18

  3. pajacci .... attraverso il parco a mezza notte in punto irrompo dentro il tuo palazzo del cazzo gridando vendo sangue compra sangue non farmi domande sputa il sangue in un istante...puoi essere grande senza musica sono morto nel mio cranio contorto sevizio strofe strumentali come terapia d'urto tu...hai la storia lo stile la cultura il knoleg e vivi col culto di un negro in un mercedes col rolex guardati intorno è un inferno deserto scimmie nei laboratori con il cranio aperto bestie che applaudo bestie in un circo sarò morboso come evilenko...checcami sul tempo voglio la morte dei padroni leggi fini berlusconi sogno un altro mercoledì da Liboni...

    scritto da lamarcas bros il 16 novembre 2009 alle 15:34

  4. non si può convincere nessuno per quello che facciamo è totalmente irrazionale ,ma il mito degli autentici moti dei pionieri d'oltreoceano lasciamolo perdere,anche loro ambivano solamente alla gloria! pura vanità e fama tutto qui. Vega, di Pesaro, ha scritto uno dei testi più significativi, fedele a quegli anni. Vale la pena citarlo. “E’ curioso come a distanza di quindici anni continui a considerare le persone che in quegli anni dipingevano a Pesaro esattamente con lo stesso metro con il quale li consideravo quando eravamo dei writer. Non sono un romantico né uno che non si è adattato alla vita del dopo, ma la mia esperienza da vandalo è stata la sola cosa vera che ho fatto in questa società. Ed è per questo che i graffiti sono stati così importanti. (…) I graffiti in mezz’ora ti dicevano chi eri: dove dipingi? cosa dipingi? come dipingi? Quanto rischio ci prendiamo stasera? L’illegalità ti mette alla prova. Si riparte da zero senza diritti acquisiti, senza conto in banca del babbo o titoli di studio. E’ un mondo completamente nuovo nel quale vali solo per quello che sei e che fai. E così è stato per noi e per i graffiti. La nostra è una società che ha dimenticato che siamo animali: affoghiamo nel marxismo, nel mito dell’ uguaglianza e della multiculturalità. Noi con lo spray segnavamo un muro come un leone segna il suo territorio. Mi capite? Non è proprio quello che l’Assessore all’Integrazione e alla “Mondialità” vorrebbe sentirsi dire. Ma era vero. Noi eravamo veri. Continuo a considerare le persone con lo stesso metro con cui le valutavo quando facevamo i graffiti: quello con il talento ma debole, quello bravo e fortunato, la nullità, quello che tra tre settimane smette e si compera il basso elettrico, il vigliacco. (…) Con i graffiti ho visto il lato “vero” di molte persone, ho visto che cosa c’è dietro la narcosi delle nostre giacche e cravatte, oltre le convenzioni di questa società dove non si nega niente a nessuno. Io sono stato fortunato, ho dato una sbirciata oltre al muro e adesso conosco la verità. So che cosa conta davvero nella vita: due braccia forti, la lealtà verso i compagni, le palle sempre e comunque.”

    scritto da alberto il 16 novembre 2009 alle 16:49

Lascia un nuovo commento


Materiale fotografico e immagini, salvo dove diversamente indicato, è da intendersi di proprietà degli autori citati.
Progetto grafico e sviluppo a cura di Guido Tamino. Un grazie a WP.


Chi siamo | Contatti | Feed RSS