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8 ottobre 2009

La società degli eco-peccatori

Made in Bangladesh by FlickrVi è certamente capitato di guardare per caso l’etichetta di una maglietta o di un paio di jeans ed essere rimasti perplessi sul paese di provenienza. Un paese lontano, grande e generalmente molto povero, almeno ai vostri occhi di consumatori occidentali. Bene, anche Fred Pearce, consulente ambientale per il New Scientist, si è fatto delle domande sulla provenienza dei suoi oggetti, dei suoi vestiti e delle cose che mangia, ma la sua ricerca è andata oltre la curiosità, cercava delle risposte sicure e per farlo, in quei paesi lontani, grandi e generalmente poveri, ci è andato di persona.

Determinato a scoprire l’origine dei suoi jeans, Fred Pearce si è diretto in Bangladesh e in breve tempo ha scoperto dati allarmanti: le donne lavoravano in baracche lontane dai villaggi con un salario di 8 centesimi all’ora. Pronto ad organizzare un boicottaggio mondiale restò a bocca aperta quando le donne, preoccupate, gli chiesero di rinunciare al suo piano. Il punto in questo caso era che per quelle donne, il lavoro, significava libertà e aspirazioni. Immerse in una società fortemente maschilista, la vita lontana dai villaggi permette alle donne di avere un reddito e di sfuggire alla schiavitù del marito e, più in generale, degli uomini. Quel reddito costituisce, da un lato, una piccola autonomia economica con cui aiutare la propria famiglia; dall’altro, la possibilità di aspirare a un modello di vita che le loro madri non si sono potute permettere. Un modello di vita occidentale.

Proprio in questo senso fu importante per Pearce scoprire una borsa Gucci appesa in una di quelle baracche.

Lavoratrici donne in DhakaFred Pierce è anche amante dei fagiolini verdi e, in particolare, trova di qualità quelli provenienti dal Kenya. La visita alle piantagioni keniane era quindi d’obbligo. Anche questa volta, invece di trovare multinazionali dello sfruttamento, scoprì piccole fattorie con impiegati in regola e benessere diffuso (salari bassi, ma buoni rispetto alla media africana). L’apertura del commercio verso l’Europa aveva infatti permesso ai coltivatori di caricare i prezzi e arrivare ad una buona qualità di vita, mandando i figli a scuola e togliendosi qualche sfizio personale. Sfizi occidentali, anche questi: il cappellino dell’Arsenal, per dirne uno.

Il conflitto è sugli scaffali del supermercato: comportarsi male ecologicamente comprando cibi trasportati dall’altra parte del mondo o rendere infelice la vita dei coltivatori keniani? La sua proposta è punire sé stessi al posto degli altri: comprare i fagiolini eco-peccatori dal coltivatore keniano, ma ridurre l’impatto ambientale andando a fare la spesa a piedi piuttosto che in macchina.

Green Beans Africa Nel libro ci sono storie come queste, con un finale positivo inaspettato, affiancate ad altre, più drammatiche, che si concludono peggio di come potremmo immaginare.

Le prove di Pearce sono un’ulteriore conferma di come l’apertura al mercato globale stia portando con sé una globalizzazione dei consumi e delle aspirazioni. Una globalizzazione che evidenzia anche una progressiva omologazione culturale ed economica verso la nostra società dei consumi. C’è chi grida allo scandalo, e possiamo comprenderlo perché sappiamo dove ci sta portando il nostro modello consumista, ma lo sguardo di Pearce va molto oltre l’indignazione. Se i keniani preferiscono l’esportazione al consumo locale, l’ibridazione culturale alla preservazione, dobbiamo rispettare le loro scelte nonostante le conseguenze, non sarà il mondo ricco a decidere. Pearce non propone un modello di comportamento, ma apre degli interrogativi. La globalizzazione è uno scenario ormai reale a cui il mondo intero ha già iniziato a reagire. È più importante cercare di comprendere il fenomeno nell’ottica di definire una politica globale più democratica oppure continuare una lotta ormai anacronistica?

La realtà di oggi è una realtà complessa e le parole di Pearce non possono che renderci ancora più consapevoli di questo momento storico. Gli schieramenti sono sempre più controversi: dietro alle facciate green potrebbe esserci un’avida speculazione e dietro al danno ambientale potrebbe esserci la salvezza sociale.

Sono provocazioni, come sempre. Personalmente trovo più efficace il lavoro di Pearce rispetto al melodramma autoreferenziale di Al Gore, ma l’obiettivo finale è lo stesso: contribuire allo sviluppo di una coscienza ecologico-sociale nel consumatore spingendolo ad informarsi e ad indagare. Il suo libro non è stato pubblicato in Italia ma è in vendita su Amazon è in vendita in italiano su Internet Bookshop per una cifra ridicola e credo lo comprerò. A proposito, il mio mouse viene da Suzhou. Dov’è Suzhou?

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