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15 ottobre 2009

Roberto Saviano, 2006

Roberto Saviano4 ottobre 2009.
Ferrara, Festival di Internazionale.
Teatro Comunale, conferenza di Saviano.

Scusa, una domanda. Da quanto siete qua in fila? — Mezzogiorno, mezzogiorno e mezza. — Tre ore, diciamo. — Tre ore, sì.

Riesco a entrare in teatro pochissimi minuti prima dell’inizio, e vedo ragazzi correre ovunque. La platea è chiusa, piena, e la gente cerca di trovare posti buoni nei palchetti. Salgo velocemente al primo ordine, è tutto occupato. Vedo un ragazzo affacciarsi da un palchetto pieno per trovare con l’occhio quelli liberi in teatro. Lo imito, ce n’è uno mezzo vuoto al terzo ordine, vado veloce verso le scale. Arrivo tardi, qualcuno ha fatto più in fretta di me. Mi rimetto a cercare: scale, quarto ordine, corridoio, scale, loggione. Sento l’applauso, lungo, fortissimo. Entro nel primo palchetto occupato che trovo e mi affaccio alzandomi sulle punte dei piedi: Saviano è sul palco, alza le braccia per salutare, si porta le mani sul volto, sembra commosso, ringrazia. Trovo un palchetto centrale, in piedi. Sono sudato.

Non sappiamo da dove sia entrato Saviano, non dall’entrata per gli ospiti; l’anno scorso una via intera era stata blindata per il suo arrivo. Sul palco, tre uomini della scorta nascosti dietro due non belle piante grasse ai lati del palco. L’età media è molto bassa e applaude tanto, di cuore e spesso gratuitamente, ma va bene così: ci sono tremila persone divise tra Teatro Comunale (Saviano in persona), Piazza Municipale e le tre sale dell’Apollo (conferenza trasmessa live) che hanno fatto chilometri di strada e di file per ascoltare una tavola rotonda sulle mafie in tempo di crisi. A riguardo posso dirvi che le mafie ne stanno traendo vantaggio, usando la liquidità costante di un mercato sicuro e veloce — il commercio di droga — in aiuti ad aziende in difficoltà, o dimezzando a piacimento gli stipendi dei suoi uomini. Ma prendetevi del tempo, che queste cose è più bello farsele spiegare da lui.

Un giorno dell’aprile 2006.
Torino, Scuola Holden.
Davanti all’orario delle lezioni della settimana successiva.

Ma chi è questo che viene? — Non so. Scrive per il Manifesto. Sta per pubblicare un libro, Mondadori. — Eh, ho capito, ma 30 ore di lezione sul narrare la cronaca? Tutti i giorni di tutta la prossima settimana? — In effetti. Ha pure 27 anni. È più piccolo di un terzo di noi.

Entro in aula in ritardo. Il giornalista del Manifesto non ha ancora iniziato, è in piedi vicino al tavolo. Indossa un maglione largo, smorto, jeans e scarpe da ginnastica. Quasi del tutto calvo, occhi vicinissimi, sembra sicuro di sé ma non particolarmente sveglio. Dimostra molti più dei suoi 27 anni.
Si prende dei silenzi, gesticola continuamente ma con fermezza. È preciso e sa quello di cui sta parlando. E se all’inizio gli esempi dalla sua esperienza servono a veicolare indicazioni e consigli più o meno utili su come riuscire a raccontare in maniera efficace la cronaca rendendola più appetibile senza falsarla, verso la quinta ora Saviano scivola dolcemente nel suo piano originale: inizia a raccontarci ciò che ha visto, vissuto e scritto; ci racconta vastità, capillarità delle mafie. Ci racconta Gomorra.
Il secondo giorno ce lo spiega chiaro e tondo: non sono qua solo per provare a dirvi qualcosa su come si racconti un fatto, sono qua per parlare delle mafie a più gente possibile. Voglio che tutto questo giri e sempre più persone se ne interessino. E voi, che volete scrivere, e scriverete, dovete essere fondamentali.
Passiamo una settimana ad ascoltare ballate neomelodiche su mogli che si struggono per il proprio marito — boss mafioso — in carcere, leggere estratti di verbali processuali e quotidiani locali che contengono messaggi nascosti per il clan. Nessuno se ne va mai dall’aula. Durante la pausa, Saviano pranza quasi sempre al bar di sotto, a volte solo, a volte con qualcuno. Non so cosa mangi.

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