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6 ottobre 2009

Mexican Drug War

Mexican Drug WarIl narcocorrido è un genere di musica folk messicana. Canta le gesta eroiche dei trafficanti di droga, paladini di un popolo abbandonato da una politica corrotta e debole che non riesce a fermare una guerra tra cartelli della criminilità organizzata che negli ultimi tre anni ha portato 15.000 morti tra trafficanti, soldati e civili, e 15 miliardi di dollari di introiti, gli unici soldi che vanno a sfamare le centinaia di migliaia di giovani messicani a cui il governo non riesce a garantire nessun futuro — nella speranza che cerchino rifugio tentando di scavalcare il confine USA e smettano di essere un peso per il Messico —, costretti a diventare militanti dell’unica struttura solida ed efficace presente, il traffico di cocaina. Le organizzazioni concorrenti sono attualmente otto, e dedicare i tuoi narcocorridos a un cartello o ad un altro può decidere della tua vita.

Adela Navarro Bello, sul palco di questa conferenza sulla nuova frontiera del narcotraffico insieme a Sergio Gonzalez Rodriguez e Diana Washington, è la direttrice del settimanale Zeta, che ogni giovedì, in edicola, denuncia e combatte il cancro di una nazione che si sta sgretolando dall’interno. La Navarro ha già perso due dei suoi collaboratori, assassinati per i loro articoli sotto mandato di noti, rimasti impuniti come il 99% dei crimini commessi negli ultimi anni. Internazionale, oltre a invitarla a Ferrara per raccontarci la sua esperienza quotidiana a Tijuana, uno dei centri nevralgici della guerra, l’ha insignita del premio Anna Politkovskaja, giornalista uccisa a Mosca tre anni fa per il suo lavoro sulla questione cecena, indetto quest’anno con l’intento di riconoscere giovani giornalisti che portano avanti lo spirito d’inchiesta della giornalista russa. Sul palco, a conferirle il premio, la sorella di Anna Politkovskaja, in uno dei momenti decisamente più forti di tutto il Festival.

L’impasse della situazione mafiosa messicana — criminalità organizzata radicata nelle sfere economiche e politiche e in grado di proteggere il popolo, tentativi ciechi e grossolani del governo che raschiano solo la superficie di un sistema più profondo e complesso — sarebbe simile a quella italiana se di mezzo non ci si mettesse la violenza. Le mafie italiane hanno imparato, con il tempo, a tutelare la propria sovraesposizione evitando di spargere sangue gratuito. Quelle messicane, al contrario, hanno preso la direzione opposta, e negli ultimi anni hanno incrementato una strategia del terrore che le ha portate a uccidere senza discriminazione donne e bambini, ad uploadare su YouTube i video delle esecuzioni ai narcotrafficanti concorrenti e a, il 23 aprile scorso — per capire a che punto si arrivi — gettare parti di cadavere in una discoteca affollata.

Né la svolta proibizionista del 2007 di Calderon — recentemente ritrattata —, né la discesa in campo di 70.000 soldati dell’esercito messicano, né gli aiuti economici degli Stati Uniti — preoccupati per la propria sicurezza nazionale, a rischio per i nidi terroristici che potrebbero nascere dal rapporto tra Al Qaeda e Messico —, nessuna di queste politiche di difesa adottate finora è riuscita a scalfire minimamente un’impresa che ha dalla sua governatori regionali corrotti, espressione del rispettivo cartello di zona, e poliziotti che non raramente come doppio lavoro sono guardie del corpo dei trafficanti stessi. Denunce cadute nel vuoto, prove indiziarie scomparse, più di 100.000 arrestati rilasciati dopo pochi giorni. E sempre meno persone che hanno la forza di denunciare quello che sta succedendo.

Un applauso quindi a Internazionale per, come al solito, la capacità di puntare il dito su avvenimenti che la stampa italiana non riesce a giudicare interessanti, e tutti gli applausi, sentiti, decisi, del Teatro Comunale di Ferrara per Adela Navarro Bello, e per tutti quei giornalisti che ogni giorno, nel mondo, sono l’unica voce a raccontare l’irraccontabile, e a ricordarti che non è così automatico poter pubblicare un articolo sul tuo blog senza che nessuno minacci di uccidere la tua famiglia.

Sotto, La hummer de Sonoyta (città al confine con gli Stati Uniti), un narcocorrido dei El tigrillo palma.

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