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7 ottobre 2009

Disegnare una guerra

guerra David Polonsky ride quando dice che il graphic journalism è il futuro, ma sa che mai come negli ultimi anni questo genere ha avuto tanto successo di pubblico. Una delle cose che ho imparato da questo festival è che nessun nuovo tipo di giornalismo ne soppianta un altro già esistente, non è mai successo, ma obbliga a mettersi in discussione e a migliorarsi per sopravvivere. Da questa prospettiva il graphic journalism non può che far bene all’intero settore. Sul palco del Teatro Comunale, assieme a Luca Sofri che modera il dibattito, sono seduti dei mostri sacri del genere:

David Polonsky, l’illustratore israeliano che ha esordito l’anno scorso nel documentario animato disegnando le scene del pluripremiato Valzer con Bashir di Ari Folman;

Joe Sacco, il celebre reporter statunitense autore di Palestina. Una nazione occupata (di cui avevamo già parlato qui) e di Goražde. Area protetta sulla guerra serbo-bosniaca;

Patrick Chappatte, disegnatore svizzero-libanese, autore per Le Temps, Neue Zürcher Zeitung ed International Herald Tribune di vignette satiriche e autore di numerose graphic novel.

Polonsky non ama definirsi giornalista, sfugge furbamente alla definizione per non rimanerne impantanato come è già successo al giornalismo tradizionale. La ricerca da parte del lettore medio del mitologico giornalista che riferisce la Verità in modo Obiettivo è il risultato di un’aberrazione lunga un secolo e mezzo, cioè da quando si è abbandonata la noiosa discussione politica per lasciare spazio alla ben più emozionante e profittevole cronaca nera. Il giornale che meglio riferiva gli esatti dettagli del fattaccio vinceva lettori, gli antenati di quelli che “io leggo il Corriere perché non è di parte”.

La forza del graphic journalism sta proprio in quello che potrebbe sembrare un punto debole, cioè nell’impossibilità del disegno di ricalcare esattamente la realtà. Chi legge una graphic novel o guarda un documentario animato non si aspetta di trovare una fotografia dei fatti, sa che si tratta di un mezzo inesatto per natura e questo placa la sete di obiettività lasciando libero l’autore di essere serenamente e umanamente di parte. Per eliminare qualsiasi pretesa latente spesso gli autori si inseriscono in prima persona nella narrazione (l’occhialuto Sacco, il nasone Chappatte e il brizzolato Forman) esplicitando il proprio punto di vista, fatto anche di pregiudizi e incertezze, costringendo chi guarda a vagliare altre fonti per avere una visione completa.

Joe SaccoCalarsi nelle vignette permette a chi narra di sdrammatizzare ed umanizzare le situazioni, spesso di estrema violenza, e di renderle più credibili. L’accezione comica classica del fumetto non viene mai abbandonata, nemmeno da Polonsky che incolpa la traduzione in lingua straniera di aver tralasciato molto dell’umorismo nero che ha fatto sorridere gli israeliani in sala. Fra i tre Chappatte è quello che meglio ha imparato a condensare il messaggio in chiave satirica, avendo a che fare con gli spazi ristretti del giornale. Il direttore di Le Temps, intuita la potenzialità del mezzo, è giunto a concedere a Chappatte le prime tre pagine del suo giornale, un esperimento per provare a rendere più accessibile l’informazione. Siamo in Francia, e si sente.

ChappatteMa è quando si ha a che fare con i sogni, i ricordi e le testimonianze che il disegno giornalistico riscopre il suo lato immaginifico e dà massimo sfogo alle sue potenzialità. La struttura portante di Valzer con Bashir è costituita dalle interviste che Ali Forman fa ai suoi ex-compagni di divisione a proposito della loro responsabilità nel massacro di tremila persone a Sabra e Shatila durante la prima guerra del Libano nel 1982.

«Ero stato colpito come molti altri miei commilitoni da uno stress post-traumatico: avevo enormi buchi di memoria di quel mio periodo di guerra. Per essere esonerato dagli obblighi di riservista a 40, anzichè 50 anni, ho dovuto consultare lo psicoterapeuta: sono andato in psicoterapia, ma poi ho preferito fare un film che potesse essere terapeutico»

I colori diventano surreali, le musiche e i movimenti palesano la distinzione con la narrazione dei fatti di cui il regista ha diretta conoscenza. A seguire una delle scene più belle del film, il sogno dell’amazzone nuotatrice (non è uno spoiler pericoloso).

La fila interminabile fuori dal Teatro Comunale e la necessità di richiedere un accredito speciale per l’ingresso stampa parlano chiaro di quanto il genere del graphic journalism stia diventando sempre più popolare anche in Italia. Se ne accorgeranno i giornali nostrani? Mah.

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