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14 ottobre 2009

Come sta l’Islanda?

Proteste in IslandaLo ammetto, ho evitato di mettere la parola “crisi” nel titolo per non far fuggire potenziali lettori (so di averne persi già molti con l’immagine della donna che manifesta qua a fianco ma un geyser sarebbe stato eccessivo). Ma voi che state ancora leggendo non sentitevi braccati perché forse ho una buona notizia, se come me vorreste capire cos’è successo in quest’ultimo anno ma vi comportate da bestie idrofobe quando si parla di economia. Gli islandesi, loro malgrado, sono stati le cavie di una sorta di esperimento di laboratorio non pianificato su cosa succede in un paese capitalista ideale durante una crisi economica planetaria: una lezione semplificata su quello che in molti decretano come il fallimento del sistema capitalistico.

Di questo e di come la gente ha affrontato lo shock del crollo hanno parlato al cinema Apollo Alda Sigmundsdóttir, scrittrice, giornalista e blogger (The Iceland Weather Report), Rebecca Solnit, scrittrice statunitense e autrice di Un paradiso all’inferno, un saggio su come la gente tiri fuori il meglio di sè se coinvolta in situazioni collettive catastrofiche, e Andri Snaer Magnason, scrittore islandese impegnato attivamente contro lo sfruttamento intensivo delle risorse naturali del suo paese e autore del saggio bestseller Dreamland: a Self-Help Manual for a Frightened Nation da cui è stato tratto un lungometraggio. Qui sotto il trailer.

In Dreamland Andri prende in considerazione quanto avviene tra la fine degli anni Novanta e il 2006, periodo in cui il governo islandese di orientamento conservatore avvia un programma di sfruttamento intensivo delle risorse naturali. L’isola è un vero paradiso per gli imprenditori dell’industria pesante: in nessun’altra parte sulla superficie del pianeta esiste tanta energia naturale come in Islanda. Il potenziale geotermico sotterraneo e i numerosissimi corsi d’acqua permettono di produrre una enorme quantità di energia a bassissimo costo. Invece di esportarla in Europa il governo decide di attirare gli imprenditori stranieri per costruire direttamente sul territorio: la prima ad arrivare è naturalmente l’industria dell’alluminio, quella che in assoluto consuma più energia al mondo. Per capirci: la Cina, il maggiore produttore mondiale, ha dovuto tagliare la produzione del 10% durante le Olimpiadi dello scorso anno per evitare il rischio di blackout elettrici.

Comincia così un pesantissimo processo di stravolgimento del territorio che prevede la realizzazione di 110 dighe entro il 2020: è previsto che tutti i maggiori fiumi dell’isola debbano essere sfruttati per alimentare le 12 nuove centrali in progetto esclusivamente per fornire elettricità alle fonderie. Ma se la produzione dell’energia è un’attività relativamente pulita, la produzione dell’alluminio e il recupero degli scarti riversano nell’atmosfera sostanze altamente inquinanti. Tra i giganti dell’alluminio più attivi c’è l’americana Alcoa che trova in Islanda un riparo dai limiti rigidi imposti dal Protocollo di Kyoto nei confronti degli Stati Uniti.

Le proteste dei gruppi ambientalisti, come spesso accade, restano inascoltate nonostante si mobiliti anche il mondo della cultura e dello spettacolo. Il 28 giugno del 2008 vicino a Reykjavìk si tiene Náttúra, un concerto organizzato per sensibilizzare l’opinione pubblica sul problema, al quale partecipano anche Björk, Olöf Arnalds e i Sigur Ròs, non nuovi a questo genere di protesta: qui sotto un estratto dal dvd Heima in cui suonano a Kàrahnjùkar nella parte orientale dell’isola: 3.000 chilometri quadrati di terra vergine, l’area selvaggia più vasta e il canyon più profondo d’Europa sconvolti per 700 posti di lavoro non qualificato in una regione che, fino all’anno scorso, non conosceva disoccupazione.

Per poter costruire le prime centrali ed avviare il flusso di capitali stranieri il governo islandese si fa prestare una grande quantità di denaro da istituti bancari esteri. In diversi settori si creano così le ormai tristemente famose economie a bolla, ossia quelle fondate su prestiti di denaro ottenuti troppo facilmente e prive, quindi, di solide fondamenta. Gli investitori accorsi in Islanda da tutto il mondo vogliono cambiare le loro valute in Corone Islandesi; nello stesso periodo le due maggiori banche del paese vengono privatizzate per sfruttare al massimo la situazione e vengono messe in mano a persone inesperte vicine a politici di rilievo.

Il boom economico e la crescita incredibile degli istituti di credito portano un diffuso benessere sull’isola che raggiunge le vette delle classifiche mondiali sul tenore di vita. Ma, come sappiamo, è un sogno destinato ad avere fine nel 2008, quando negli USA si scopre che i soldi destinati ai prestiti facili in realtà non esistono: la bolla finanziaria americana esplode provocando un effetto domino su tutte le banche mondiali che si sono appoggiate a quelle statunitensi. Non si fa fatica ad immaginare cosa succede in Islanda: le maggiori banche del paese, che sono private, dichiarano la bancarotta e la Corona Islandese perde quasi totalmente il suo valore. Tutti gli islandesi che avevano un conto in queste banche si ritrovano nel giro di un weekend senza più un soldo e in molti temono per il proprio posto di lavoro. Lo shock è tale che, caso raro in Islanda, la popolazione scende in piazza per chiedere le dimissioni del primo ministro Geir Haarde e del governatore della Banca Centrale David Oddsson (che minaccia telefonicamente Alda, la voce critica islandese più letta all’estero), ritenuti responsabili del fallimento del paese. Il governo conservatore cade e sale al potere il partito social-democratico guidato da Jóhanna Sigurdardóttir.

Come sta oggi l’Islanda? Si è presa un bello spavento ma si è salvata e si sta risollevando. In molti credono che la crisi economico-finanziaria sia stata necessaria per poter ristabilire un ordine nelle priorità dell’azione di governo e che in realtà poteva essere prevista. Questo sospetto ha spinto la rinata società civile a pretendere una politica di brutal transparency nei confronti del governo e della spesa pubblica, che permetta al contribuente di seguire il percorso dei suoi soldi per non lasciare più minimo spazio alla corruzione e alle speculazioni sottobanco.

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Ci sono 1 commenti

  1. [...] Nonostante dal 2006 le cose in Islanda non siano andate al meglio la scena musicale ne è uscita sana e salva: qui un articolo a proposito. Simone | 8 marzo 2010 [...]

    pingback dal sito Music from the Moon | Personal Report il 8 marzo 2010 alle 09:02

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