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12 ottobre 2009

Citizen Journalism

David RandallNon sapevo cosa aspettarmi dal nostro accredito stampa perché generalmente, a noi blogger, gli accrediti non sono riconosciuti o sono riconosciuti in versione ridotta. A Ferrara le cose sono andate diversamente perché, come ho già accennato nelle premesse, è stata data la stessa importanza a vecchi e nuovi media. Questa scelta, voluta principalmente dal direttore della rivista Giovanni De Mauro, ha un valore particolare. Da un lato c’è una finalità utilitaristica perché nelle edizioni passate, nonostante il grande successo di pubblico, il Festival è stato ignorato dai mezzi d’informazione tradizionale e sono stati i blogger ad aver diffuso con “passione e approfondimento” articoli, apprezzamenti e critiche. Dall’altro lato c’è una questione più importante: la consapevolezza che il giornalismo dal basso abbia un ruolo importante e per questo debba essere riconosciuto.

Così è stata introdotta la conferenza di David Randall, senior editor dell’Indipendent, sul citizen journalism. Con questa espressione, traducibile come giornalismo partecipativo, si fa riferimento a quell’informazione scoperta, registrata e diffusa dalle persone comuni e non dai giornalisti professionisti.

Già dalla sua definizione questo processo apre il dibattito su attendibilità e qualità dell’informazione, un dibattito tipico dei sistemi collaborativi basati sui contenuti degli utenti come Wikipedia. Se l’attendibilità è un falso problema perché comune a tutte le modalità d’indagine (siano esse professionali o amatoriali non è mai possibile avere certezza sulla veridicità delle informazioni), è lecito avere dubbi sulla qualità e sulla precisione di quei contenuti nella cui stesura, almeno in teoria, dovrebbe avere un ruolo importante la metodologia professionale del giornalista. Ed è qui che David Randall isola la sua teoria da ogni possibile critica sottolineando che il citizen journalism non rappresenta un’alternativa al giornalismo professionale, ma anzi dovrebbe collocarsi in un suo spazio con modalità narrative e obiettivi propri.

Diventa necessario tracciare dei confini e scegliere una delle possibili accezioni di citizen journalism: si va dal reporter do-it-yourself al cittadino-spia passivo che, grazie alle telecamere dei telefoni cellulari, può registrare in tempo reale qualunque avvenimento. L’interpretazione proposta da David Randall è molto precisa: il citizen journalism non deve svolgere indagine, né esprimere opinoni, deve raccontare fatti. Proprio in questa differenza di obiettivi c’è la forza del suo modello perché si concentra su un vantaggio enorme che le persone comuni hanno sui giornalisti professionisti: sono veri esperti dei problemi che vivono quotidianamente  (l’inquinamento del lago sotto casa, per dire). In questo modo possono nascere storie che non si sostituiscono al giornalismo tradizionale, ma ne sono complementari. Queste storie, quando valide ed effettivamente interessanti, costituiscono il primo documento di una realtà che difficilmente sarebbe potuta finire sotto i riflettori e possono avviare un’indagine più professionale da parte dei giornalisti.

Il citizen journalism può quindi essere considerato anche un garante della libertà di stampa. Garante perché offre di punti di vista differenti dal main stream, garante perché può verificare la veridicità delle informazioni dei media tradizionali, garante perché può sollevare questioni che il main stream ha deciso di nascondere. Tutto questo vale finché la distinzione espressa da Randall viene rispettata.

Consapevoli quindi dell’importanza del giornalismo dal basso ci dobbiamo confrontare con una realtà: il sistema dell’informazione attuale non prevede una modalità di finanziamento per questo genere di attività.

“If you want to make money, don’t write a book. You write a book because you want to say something. If you wanna do it to make money then work in a bar or get a job as a lap dancer.”

David Randall liquida così la questione: volontariato, un’attività spontanea non macchiata dal denaro che porterebbe informazioni più oneste perché priva d’interessi laterali. La realtà è senza dubbio questa e in parte possiamo essere d’accordo con la sua affermazione, ma se non si troveranno modalità per riconoscere economicamente questi sforzi, il citizien journalism potrà superare l’hobby e diventare abbastanza maturo per contribuire alla lotta per la libera informazione?

Credo di sì e le risposte precise a queste necessità economiche giungeranno spontaneamente con la presa di coscienza del ruolo dei nuovi media nell’informazione. Il network Current di Al Gore promette di pagare i migliori servizi inviati attraverso il sito e, nonostante le modalità non siano ancora convincenti, è un sintomo chiaro di qualcosa che sta cambiando, è un tentativo. Questo è proprio il punto conclusivo di David Randall, il citizen journalism non è la fine del giornalismo, ma rappresenta un elemento critico da cui i media tradizionali saranno profondamente influenzati.

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Ci sono 2 commenti

  1. [...] giornalista keniano residente ad Amsterdam, ha avviato il progetto Voices of Africa, un modello di citizen journalism africano fondato sull’uso di telefoni cellulari dotati di videocamera e connessione internet. [...]

    pingback dal sito The future is happening in Africa now | Personal Report il 16 ottobre 2009 alle 00:13

  2. [...] è stato il classico albero che cade in silenzio nella foresta è stato solo grazie al gruppo di citizen journalists dell’emittente clandestina “Democratic Voice of Burma” che, armati unicamente di [...]

    pingback dal sito "Burma Vj" in tour | Personal Report il 22 marzo 2010 alle 10:50

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