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1 settembre 2009

Pull my daisy

Pull my daisyLa scena: siamo nel Lower East Side di New York, è il 1959. L’appartamento è quello di Neal Cassady, detto Milo, un rispettabile ferroviere che aspetta per cena un vescovo e la sua famiglia. Prima che lui rientri Greg e Allen, due amici poeti, entrano in casa sua e si bevono una birra parlando di una composizione sull’Empire State Buidling. La cena non andrà come previsto.

Ma attenzione: Greg è Gregory Corso e Allen è un Allen Ginsberg ancora imberbe, due dei maggiori esponenti della Beat Generation. Dopo un po’ arriverà anche Peter Orlovsky, anch’egli poeta e compagno di Ginsberg nella vita reale. La voce fuori campo è quella di Jack Kerouac, che a volte commenta, a volte doppia i personaggi, altre volte divaga o canticchia, sempre improvvisando. Dietro la telecamera c’è un Robert Frank al suo primo film, ai tempi nuovo vip della fotografia underground statunitense, affiancato alla regia dall’artista Alfred Leslie. Banalizzando: un Ocean’s Eleven della cultura beat, ma molto meglio.

Pull My Daisy è un corto di 26 minuti (lo trovate in fondo all’articolo) ed è considerato il manifesto del cinema beat. Si tratta dell’adattamento cinematografico del terzo atto di una piece di Kerouac mai conclusa dal titolo The Beat Generation.

Siamo nell’anno in cui Beh Hur strabilia il pubblico con costosissime scenografie ed effetti speciali all’avanguardia, nel periodo in cui il nulla lasciato della seconda guerra mondiale trova un placebo nel materialismo e nel consumismo della nuova classe medio-borghese. Nel 1959 veniva prodotta la prima Barbie.

Quello che Frank fa è distruggere concettualmente e formalmente tutto questo, un’operazione che aveva fatto anche in The Americans, la serie fotografica pubblicata con successo in Francia l’anno precedente. L’America a cui prova a dare voce è quella dei beat, degli sconfitti nella corsa al denaro e al successo che l’ottimismo mainstream cercava di tenere dietro al sipario. Lo fa rifiutando in toto gli stilemi di moda all’epoca (un esempio su tutti: i gelidi ritratti naturalistici di Ansel Adams) usando volontariamente sfocature estreme, illuminazioni tenui, sovraesposizioni e tagli sbilanciati enormemente innovativi per quegli anni. La fotografia non era mai stata allo stesso tempo così impietosa e così umana (e, per molti, così disgustosa).

Pull My DaisyPull My Daisy unisce tutto questo montando ruvidamente la sconclusionata poesia di Ginsberg e di Kerouac, una narrazione vorticosa, degli attori improvvisati e il free jazz. Un capolavoro.

Concludo con degli estratti dalle cronache di John Cohen, fotografo di scena, eloquenti per quanto riguarda l’atmosfera sul set:

[...] All they wanted to do was clown around mess things up. David Amram recalls that although Robert was serious with the filming, “we were doing all we could to make him laugh.” Although there were scenes, actions and continuity to be covered and a script to be followed, Alfred Leslie’s directions could be barely heard over the din. [...]

[...] I also photographed the closing party which was attended by art world luminaries, critics, actors, and Life Magazine which was desperate for a way to show the Beat Generation poets to a national readership (Life goes to a beat party). Life magazine was allowed to the party only if they provided the booze and refreshments. [...]

E vi lascio al cortometraggio, finalmente.

via It’s nice that.

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