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8 settembre 2009

I Love Alaska

I love AlaskaQuello dell’utente 711391 è diventato un caso che in poco tempo ha fatto il giro della rete, tanto che i registi Lernert Engelberts e Sander Plug ne hanno fatto un documentario sperimentale di 13 episodi, I Love Alaska.

Tutto comincia il 4 agosto del 2006 quando America Online pubblica per errore le keyword delle ricerche effettuate in un periodo di tre mesi da oltre 650.000 utenti, contrassegnati solo da un numero seriale. AOL dopo tre giorni toglie la lista da internet, ma qualcuno se l’è già copiata sul pc: i dati si diffondono velocemente e i voyeur più assatanati si immergono nella marea di parole chiave.

Salta presto all’occhio l’attività frenetica dell’utente 711391 (qui tutte le sue query), la classica persona che non ha idea di come si utilizzi un motore di ricerca e finisce per parlargli come se fosse un amico fidato:

how many online romances lead to sex in person

so mad at myself for falling in love with someone and becoming so attached to them

star jones hubby is a flaming homosexual

if he’s not contacting you he doesn’t want you in his life

people are not always how they seem over the internet

Quella che viene ricostruita è la triste storia di una donna obesa di Houston con grossi problemi di dipendenza da internet, religiosa, lesbica, ossessionata dalle celebrità hollywoodiane, specialmente gay o che abbiano interpretato ruoli omosessuali, stanca del marito e in cerca di incontri online, con il sogno di trasferirsi in Alaska.

Direte: e chissenefrega? In realtà penso che la storia possa far emergere delle questioni interessanti: con cosa pensiamo di avere a che fare quando usiamo Google a tempo perso? Quanto è pericoloso affidare i propri problemi alla rete? Mi vengono in mente le stupide stelline o i pollici versi che si possono assegnare alle risposte dell’altrettanto stupido Yahoo Answers: si fa emergere sempre quello che ci si vuol sentir dire e si affonda tutto ciò che infastidisce. La storia di 711391 parla anche di questo, dell’illusione moderna del “mondo in un click” e di come internet possa diventare un pericoloso strumento di autoassoluzione e di consolante dipendenza.

Altra questione: chi ci dice che le ricerche non siano state fatte sia dalla donna che da suo marito dallo stesso pc? Considerando questa ipotesi potrebbe essere stato lui ad interessarsi ai nudi femminili, quindi l’omosessualità della nostra signora sparirebbe e con essa un aspetto di weirdness che ha favorito la diffusione della storia in rete.

Comunque il documentario è molto ben fatto: una voce fuori campo elenca alcune delle keyword in ordine cronologico mentre la telecamera resta fissa su uno scorcio di Alaska catturandone le lievissime variazioni nell’arco dei 3-4 minuti. Accostare mentalmente questi filmati all’immagine schizoide della donna incollata allo schermo nel buio afoso della sua stanza in Texas fa un certo effetto.

via Internazionale

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