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11 agosto 2009

Playing the building

Playing the building è il nome di una recente installazione curata da David Byrne (noto artista poliedrico devoto in particolare alla musica). Un organo al centro di una stanza collegato fisicamente alle colonne metalliche, ai tubi e ad altri elementi strutturali di un enorme edificio vuoto. A ogni tasto è associata un’operazione meccanica: può emettere un suono simile a quello di uno strumento a fiato soffiando aria nei tubi a vista oppure attivare piccole macchine che colpendo con diversa forza le colonne producono un rumore metallico e ritmico.

“It’s all mechanical. There’s no speakers, there’s no electronics, or any of that modern rubbish.” [È tutto meccanico. Non ci sono autoparlanti, non c'è elettronica o altro di quella spazzatura moderna] dice Byrne con ironia. Ascoltando la scala di rumori intonati è inevitabile l’associazione con il lavoro di Luigi Russolo (anche se a pensarci bene non è del tutto precisa per aspirazioni e finalità). Playing the building esiste solo nel momento in cui gli spettatori interagiscono con essa e l’interattività, a giudicare dalle parole di Byrne, è un elemento quasi polemico nei confronti della tendenza al consumo passivo della cultura.

Nessuno, indipendentemente da formazione o abitudini, spicca per talento al primo tentativo ma tutti trovano l’esperienza interessante. “Democratic” dice Byrne, proprio per questo aspetto di abbassamento del livello di competenza richiesto dall’opera e dalla musica per offrire un’interazione gratificante.

Concordo con l’operazione e spero proprio di passare al Roundhouse di Londra prima del 31 Agosto e suonare, di persona, l’edificio. — Via CR

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