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31 agosto 2009

#27 · Montauk

montaukMeet me in Montauk… è la frase protagonista di un film meraviglioso che conoscete già, ed è anche il motivo per cui sono andato a Montauk. Non tanto per visitarlo, proprio per andarci. A tre ore e mezza di treno da Manhattan, Montauk si affaccia sull’Atlantico nella punta estrema di Long Island come ultimo villaggio degli Hamptons, la serie di località più o meno balneari in cui i newyorkesi passano i weekend estivi. Il film è ambientato d’inverno, quindi io ci sono andato un giorno di pioggia. Anzi, due giorni di pioggia. Perché ho dormito una notte là. E c’è stato sempre un vento fortissimo, e l’oceano era arrabbiato per qualcosa che non so.

Montauk di autodefinisce village e si divide in spiagge, ovviamente libere, piccoli boschi, un centro rettangolare di tre strade per sette, cioè piccolo e pieno di negozi per turisti, e, come attrazione principale, il faro. Faro ordinato nel 1792 durante il Secondo Congresso degli Stati Uniti, sotto la presidenza di George Washington, che come tutte le cose affascinanti perché costruite da uomini che non erano noi è stato rovinato dall’arrivo del biglietto d’entrata affiancato da un esercito di cartoline del faro, magliette del faro, sottobicchieri del faro, il portachiavi faro, la boccetta con la sabbia intorno al faro, e soprattutto dalle persone che lo visitano. Come me.

Per quanto ho letto e per quanto ho poi visto Montauk è il paese meno elegante e vip-oriented tra gli Hamptons; il più rustico, il più dimesso, e per questo il più rilassante. Ci vivono pochi e cordiali abitanti, e il suo giornale ufficiale, un settimanale su carta da quotidiano, si chiama Montauk Pioneer e ha come notizia principale che Il concerto in beneficenza di Ciaran Sheehan ha portato musica irlandese e Miss Svezia. Gara dura con il settimanale a diffusione più ampia, che copre diversi Hamptons, e la sua rubrica Pet of the week che, questa settimana, ha premiato Copper, un cocker di dodici anni che vi giuro nella foto sembra tristissimo.

Come avrete intuito, quando piove forte come in questi due giorni, stare alla taverna Shagwong — che cucina davvero ottimi animali — a leggere e guardare americani enormi parlare a voce alta non è così male. Per il resto, i boschi erano totalmente impraticabili causa fango e l’oceano è quel che è. Non nel senso che è poco, anzi, nel senso che è sempre quella cosa troppo grande. E anche ieri, fissandolo sotto una pioggia battente che mi ha molto probabilmente ammalato — mi sento debole, mal di gola, la fronte scotta, quelle cose lì —, ho pensato la stessa cosa che penso sempre quando lo guardo, cioè a quanto siete coraggiosi voialtri che non avete paura del mare. Non è che io abbia proprio proprio paura (cfr. Bahamas/cose vive a riguardo), ma lo stato d’animo è sempre un po’ circospetto. Perché il mare è la superficie più ampia del nostro pianeta ma… non è il nostro pianeta. Là noi non siamo i benvenuti, siamo quasi inutili, abbiamo scelto le skills sbagliate. E se, così, da un giorno all’altro (è nel suo stile), decidesse di diventare padrone del mondo ci metterebbe qualche giorno, non c’è montagna che tenga.

Scusate, ho divagato, ma meno di quanto sembri. Perché uno dei migliori utilizzi che possiate fare di Montauk è proprio questo. Andare là, e divagare.

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Ci sono 1 commenti

  1. Il mare è un altro mondo si ed è per questo che mi ha sempre affascinato così tanto. Una sana paura. Un sano rispetto. Le bambine solitamente sognano di fare le ballerine ed io sognavo di essere una sirena. Forse devo andarci anche io a Montauk.

    scritto da Erica il 7 ottobre 2009 alle 04:07

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