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22 luglio 2009

#05 · Jazz on the Park + Jo

Jazz on the Park HostelStamattina ho lasciato il Jazz on the Park hostel dopo quattro notti, mi sembra quindi giusto onorarlo con un Personal NY — più pacato del solito, ché la giornata è complessissima e ho solo venti minuti.

In pratica si tratta di dirvi se, in caso veniate a NY e in caso vogliate dormire in un ostello, questa sarebbe una buona scelta. La risposta ufficiale è: non lo so, ma forse sì. Perché il costo, per NY, è accessibile (23 dollari per una stanza da 6 letti) ma la posizione è scomoda, se, come spero, siete gente che vuole passare la maggior parte del proprio tempo downtown Manhattan. Le stanze sono quel che sono le stanze degli ostelli, cioè letti e muri. Il motivo per cui potrei consigliarvi di prendere una stanza qui è l’atmosfera: per intenderci, la sala comune è aperta anche di notte, e chiunque può rimanere a bere lì anche fino alle tre, quattro, cinque di mattina — io non l’ho fatto ma, proiettando avanti di sei ora la situazione che ho visto lì alle otto, posso senza dubbio affermare che stare al Jazz sia uno dei modi migliori per conoscere persone a NY.

Allacciandomi al discorso posto felice, arrivo alla vera ragione di questo post, ragione che ha un nome e due cognomi: Josefina Gatica Duco. Barista cilena tuttofare, cercando un lavoro e una sistemazione si è fermata al Jazz on the Park per un po’ a vivere e lavorare e, in ordine cronologico, ha fatto per me le seguenti cose: presentarmi un gruppo di ragazzi la prima sera in cui sono arrivato (Brandon e i due incomprensibile, ricordate?), prestarmi il suo computer per connettermi a internet invece di farlo a pagamento (i soldi sarebbero andati… al Jazz!), consigliarmi la scheda telefonica giusta, spiegarmi come usarla, rispiegarmi come usarla, usarla al posto mio perché non ne ero evidentemente in grado, telefonare a due suoi amici che cercavano un coinquilino, protestare per me circa otto volte al giorno per l’assenza del segnale wireless, mettermi a disposizione il suo computer per scaricare, in qualsiasi momento, le foto dalla mia macchina fotografica. Il tutto senza che si parlasse granché, giusto qualche sigaretta ogni tanto. Semplicemente mi vedeva in difficoltà con qualcosa, arrivava e cercava di aiutarmi. Ecco, qui, ora, io la ringrazio ufficialmente.

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