Articoli principali

27 maggio 2009

Style = Fart

Stefan Sagmeister“Our intern Martin cut all the type into my skin. Yes, it did hurt real bad”. E lo credo bene, ma posso anche capire che avendo un’idea del genere per la testa sarebbe stato più da pazzi fermarsi a metà strada. Lui è Stefan Sagmeister, la rockstar della grafica anni Novanta, e quello di cui stiamo parlando è il celeberrimo poster per la sua lecture all’AIGA Detroit nel 1999. Sicuramente il riferimento al punk e all’autolesionismo in puro stile Sid Vicious non è casuale, considerando lo spirito sovversivo e la continua ricerca dello shock che caratterizza gran parte delle sue opere più celebri, ma ancora più distintivo è il distacco ironico dal riferimento preso in considerazione, rappresentato in questo caso dalla scatola di cerotti tenuta in mano.

Style = Fart (cercate voi il significato, dai) è il motto che dieci anni fa ha reso Sagmeister un designer di culto in tutto il mondo: con questa equazione sintetizzò senza mezzi termini la sua presa di posizione contro ogni tipo di progetto che mettesse l’aspetto formale al di sopra del contenuto, dichiarando di fatto guerra agli emuli di Neville Brody e David Carson. La sua convinzione era che seguire deliberatamente una corrente estetica (sia dominante che personale) portasse ad adeguare il contenuto alla forma piuttosto che il contrario. Questo porta necessariamente ad una serie di progetti poco funzionali e facilmente dimenticabili, come una donna che “pur essendo ben vestita e avendomi fatto al primo sguardo una buona impressione non ha argomenti stimolanti da proporre: perderebbe d’interesse e diventerebbe noiosa”.

Fin dagli inizi Sagmeister ha adottato la tecnica dello shock e del doppio senso per attirare l’attenzione sul messaggio: quello che vedete qui è il poster per la cerimonia dei 4As Advertising Awards del 1992, quando lavorava per l’agenzia pubblicitaria Leo Burnett.

Nel 1993 fonda la Sagmeister Inc. e comincia a lavorare per molti musicisti (tra i quali David Byrne, Lou Reed e Rolling Stones) che gli commissionano le copertine dei propri cd. Le sue opere più celebri sono però quelle che crea per l’AIGA, una delle più importanti associazioni professionali per il design che, nonostante le polemiche del pubblico seguite alle scelte dei soggetti, lo richiama all’opera diverse volte . Quelli che vedete di seguito sono i manifesti per le conferenze del 1996 e del 1997.

AIGA 1996

AIGA 1997Move our money è un progetto promosso e curato da Sagmeister per sensibilizzare l’opinione pubblica statunitense con svariati mezzi (tra i quali anche grafici gonfiabili e tazze) sulla quantità di risorse spese nelle campagne di guerra. Il proposito è quello di convincere il governo a destinare il 15% dei soldi spesi in armi nel campo dell’educazione pubblica.

Move our moneyLa produzione successiva al 2001 è guidata da un dilemma di fondo: is it possible to touch somebody’s heart with design? Ovvero: il design può emozionare come solo l’arte in genere sa fare? Sagmeister riporta un esempio divertente in cui crede di esserci riuscito davvero: Reini, un amico d’infanzia in arrivo da Vienna per una visita di piacere, gli confidò di aver paura delle donne di New York. In particolare temeva che lo avrebbero ignorato se avesse tentato un approccio. Per tutta risposta Sagmeister tappezzò i muri del quartiere con manifesti riportanti la foto dell’amico e la scritta “Dear Girls! Please be nice to Reini”. Lieto fine: Reini si è trovato una ragazza newyorchese.

Oggi Sagmeister sembra essersi ammorbidito molto, il cartello con il motto è scomparso dal suo studio di New York. Col tempo si è reso conto che alla lunga lavorare ad uno stile inedito per ogni progetto diventava un’operazione impossibile e non sempre sensata e che cadere in citazioni di correnti stilistiche esistenti era inevitabile: se il fine di un progetto è quello di pubblicizzare un evento trendy, perché non prendere in considerazione la tendenza del giorno se ha senso e se è formalmente buona? In questi dieci anni sembra essersi reso conto di come il suo non-stile fosse in fin dei conti uno stile vero e proprio ma, come allora, continua a sputare veleno contro il bello fine a sé stesso che si autoproclama design.

Vuoi condividere questo articolo?

Ci sono 5 commenti

  1. Molto interessante! Sito aggiunto ai Preferiti

    scritto da malina il 28 maggio 2009 alle 11:47

  2. Stefan's work is featured in 'In An Expression of the Inexpressible' — an upcoming contemporary graphic design exhibit in Indianapolis, IN. www.inanexpression.com

    scritto da In An Expression of the Inexpressible il 4 giugno 2009 alle 19:00

  3. Lui era solito ripetere una frase: Bisogna creare, non imitare!

    scritto da deliant il 16 maggio 2010 alle 23:25

  4. [...] ma quasi indistinguibili l’uno dall’altro; poi però ricordo le parole di un navigato Segmaister: se ha senso usare quello stile per quale ragione non dovresti farlo? E quindi ancora, in loop: [...]

    pingback dal sito Quei maledetti che lanciano le mode | Personal Report il 25 ottobre 2010 alle 08:47

  5. [...] nel 2012 The Happy Film, il nuovo documentario della rockstar del graphic design Stefan Sagmeister, diretto assieme a Hillman Curtis. Presentato per la prima volta lo scorso giugno ai TED di Cannes [...]

    pingback dal sito The Happy Film, il documentario di Stefan Sagmeister | Personal Report il 1 agosto 2011 alle 11:59

Lascia un nuovo commento


Materiale fotografico e immagini, salvo dove diversamente indicato, è da intendersi di proprietà degli autori citati.
Progetto grafico e sviluppo a cura di Guido Tamino. Un grazie a WP.


Chi siamo | Contatti | Feed RSS