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26 maggio 2009

Memphis Blues

Memphis BluesL’immagine che vedete è l’invito scelto da Memphis per promuovere la prima mostra del gruppo il 18 settembre 1981. Memphis è un movimento che ha molto a che fare con il design, ma cercherò di parlare soprattutto di loro, della loro storia e delle loro idee. Se vi va, prima di continuare a leggere, potete far partire questo pezzo e tenerlo come colonna sonora mentre proseguite con la lettura, poi capirete perché.

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Nell’inverno 1980 un gruppo di designer e architetti neanche trentenni (uno era più grande, ma conta lo spirito) ha trovato ispirazione in Bob Dylan — Stuck in a mobile with the Memphis blues again — per dare un nome alle proprie idee ponendo i presupposti per una rivoluzione linguistica: il “nuovo” design di Memphis.

Il nome Memphis, quindi, possiede in sé il blues, la periferia americana, il rock’n’roll, le antichità egizie di Menfi. Questo potrebbe anche bastarvi per capire con che cosa state avendo a che fare, ma giusto per precisione vi dico che Memphis è un movimento nato negli anni ’80 come una riflessione di Ettore Sottsass (se non lo conoscete due parole su wikipedia potrebbero farvi bene) insieme ad alcuni «amici molto bravi» (da Branzi, De Lucchi, Thun, Zanini, Radice e altri non meno importanti). In quel settembre, mi sbilancio, hanno dato vita a un mito, una spinta culturale che ha suggestionato la generazione dei designer del tempo e di tutte le successive.

MemphisMemphis era un movimento anti-ideologico perché invece di sottostare a uno statuto programmatico, era figlio d’ipotesi a breve scadenza, di tentativi e di varianti casuali. Questa transitorietà è uno degli elementi più esaltanti del gruppo e si ritrova qua e là nei pensieri e nelle azioni di tutti i suoi membri: Memphis non cercava soluzioni, cercava possibilità.

Scandalizzarono la critica autodefinendosi “destinati a passare di moda”. Erano una moda, erano “passeggeri” e lo sapevano (intuizione non sbagliata considerando che il gruppo fu sciolto da Sottsass nel 1988). Gli piaceva proprio che i loro oggetti fossero fatti per la vita quotidiana, per il consumo e non per l’eternità. Una conferma di questo pensiero è la loro produzione, mai considerata come oggetti d’arte (nonostante gli fosse stato proposto), ma sempre prodotti da vivere, da mettere in salotto e consumare.

È ovvio poi che abbiano trovato anche un linguaggio, o almeno sia possibile ritrovarlo a posteriori. Parlano di un «terremoto linguistico» e guardando le fotografie (una, due, tre) vi renderete conto che non potrebbero esserci parole migliori.

Sempre a riguardo dei loro “oggetti” questo estratto potrebbe darvi una chiave di lettura in più: “fare del mobile non più soltanto un oggetto d’uso, ma un sistema comunicativo complesso, un piccolo romanzo o racconto metaforico, una storia di volumi e superfici, di segni e gruppi di segni […] alterando definitivamente l’immagine tradizionale di coerenza e compattezza”

Memphis Al limite, in caso foste proprio rigidi rigidi, provate a lasciarvi sedurre dall’impatto brutale con quei collage materici di laminati scintillanti e opachi (per la prima volta usciti dai ripostigli, dai bagni di servizio e dai territori del cattivo gusto), con i materiali imprevedibili superpreziosi o poverissimi (dal marmo ai tubolari in alluminio) e con i colori bizzarri che spaziano dalla tinta tiepida al gradiente (in Memphis il colore è parte integrante dell’oggetto, scordatevi di avere due forme uguali con colori diversi).

Devo dichiarare che parte della mia passione è dovuta alla lettura di una cronaca di Memphis scritta da Barbara Radice — “amica e collaboratrice che ha seguito e condiviso esperienze e problemi da giorno della fondazione” — quindi fortemente “schierata”. Leggendo il libro (pieno di appunti intimi e immagini rubate) si respira l’energia e l’ottimismo tipico di quei collettivi idealisti di giovani e ribelli che alla fine il mondo sono riusciti a cambiarlo un po’ davvero. Se siete sensibili a questo genere di cose — personalmente ne sono vittima — vi consiglio di cercarlo (è stato ristampato e potrete comprarne una copia qui).

Al di là dell’entusiasmo per l’affiatamento e la motivazione propria dei protagonisti di Memphis quello su cui ci si potrebbe interrogare — ammesso che abbia davvero senso — è il risultato formale. Jasper Morrison sintetizza con semplicità: “Era una cosa molto strana. Provavo una repulsione per quegli oggetti, ma allo stesso tempo ero affascinato dalla rottura totale delle regole”. Se il suo ragionamento è comprensibile oggi (guardando cose come queste), possiamo immaginarci quanto lo fosse in un tempo in cui il design bandiva da anni la decorazione e il colore.

Memphis bookPer concludere, uno spunto firmato Memphis sul dibattito tra forma e funzione:

“Quando Charles Eames disegna la sua sedia, non disegna soltanto una sedia, ma disegna un modo per stare seduti, cioè non disegna per una funzione, disegna una funzione.”  — Ettore Sottsass

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Ci sono 4 commenti

  1. bello questo articolo, mi è piaciuto molto. A proposito proprio ultimamente la camper ha "rivoluzionato" il suo negozio in via Torino omaggiandolo a Memphis e commissionandolo, ovviamente, a Michele De Lucchi. Non entro in merito al fatto che sia giusto o meno, ma se passate di li andate a vederlo. salutoni a tutti Marco

    scritto da Marco Maturo il 26 maggio 2009 alle 13:57

  2. il tuo articolo ed il tuo interessamento sono un bell'omaggio ad un gruppo storico che sembrava superato dalle mode e dimenticato; a quanto pare non è così

    scritto da marco il 17 giugno 2009 alle 12:42

  3. Il libro al link che ha indicato non c'è.

    scritto da Matteo il 4 agosto 2009 alle 21:46

  4. [...] occasione del Salone del Mobile 2009 avevo scritto un articolo su Memphis, il movimento di design che negli anni ‘80 ha scandalizzato le gallerie milanesi [...]

    pingback dal sito Memphis Blues (Again) | Personal Report il 9 giugno 2010 alle 13:00

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