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16 aprile 2009

Art is work

Milton GlaserMilton Glaser si definisce un “comunicatore” e sfugge brillantemente alle dispute anacronistiche sull’attribuizione di un’etichetta professionale scelta tra designer, artista e illustratore. Nasce nel 1929 a New York, si forma prima presso la Cooper Union (università privata newyorkese) poi in Italia all’Accademia di Belle Arti di Bologna.

Due cose sono note del suo profilo professionale:

1. Il Push Pin Studio fondato nel 1954. Oltre al merito per l’innovazione linguistica, a me piace ricordarlo come un esempio precursore dell’abbattimento dei confini disciplinari specialistici: lo studio proponeva già allora la fusione dei titoli professionali per aumentare le possibilità di soluzione integrate e innovative.

2. Il marchio “I LOVE NY”, disegnato da Glaser in occasione di una campagna per la promozione turistica di New York (1975). Per chi non lo sapesse Glaser ha aggiornato il suo marchio dopo l’episodio dell’11 settembre proponendo una nuova versione strappalacrime e piena di orgoglio americano.

I love new yorkDi cose da sapere ce ne sarebbero altre, perché lui è uno di quelli da citare quando ci si domanda se il rispetto dei vincoli progettuali possa portare o meno a risultati di eccellenza stilistica. Ogni suo lavoro ha una forza comunicativa notevole e porta con sé un’idea — una vera — dove “more is more” perché anche gli ornamenti, molto spesso, costituiscono informazione. Purtroppo non posso stare qui a parlarvi della sua rivoluzione tipografica (che in questi nuovi anni ‘80 ancora detta legge), dei suoi acquarelli meravigliosi (questo è un tributo ad un quadro di Piero della Francesca) o dei suoi manifesti (di quello per Bob Dylan ne abbiamo già parlato), ma se volete in libreria c’è una bella raccolta dal titolo omonimo a questo articolo.

Art is work, a proposito, è l’equazione motto di Glaser: “se partiamo dalla premessa che anch’essa sia una forma di lavoro, è più facile che l’arte entri a far parte della nostra vita quotidiana. La separazione tra l’arte e le altre attività umane ha impoverito le nostre vite.”

Old New di Milton GlaserPer concludere, una delle questioni maggiormente discusse da Glaser riguarda la responsabilità etica del “comunicatore” (citando le sue parole): “il designer è una persona che deve fare convivere due sensibilità, quella dell’uomo d’affari e quella dell’artista […] e deve anche considerare come le sue azioni agiranno sul pubblico condizionandone convinzioni e valori”.

In questo senso Glaser propone una scala di undici punti per verificare a che punto siamo della “strada per l’inferno” (la sua “Road to hell”). La maggior parte di questi punti si muovono nello specifico della progettazione per la comunicazione visiva, ma immaginare un corrispettivo in altre realtà professionali viene quasi spontaneo.

1. Disegnare una confezione che sugli scaffali sembri più grande.

2. Fare una pubblicità che faccia apparire brillante un film lento e noioso.

3. Ideare un’etichetta per far credere che un vigneto appena piantato sia produttivo da molti anni.

4. Disegnare una copertina di un libro di cui trovate ripugnante e pornografico il contenuto.

5. Accettare la candidatura ad un premio di design dove sapete che gli sponsor chiedono di sapere in anticipo il contenuto dei testi, per ritirare eventualmente la propria pubblicità.

6. Disegnare una confezione per cereali destinati ai bambini di scarso valore nutritivo e ricchi di zuccheri.

7. Disegnare magliette per un’azienda che sfrutta il lavoro minorile.

8. Ideare una campagna promozionale per un prodotto dietetico assolutamente inefficace.

9. Lavorare alla campagna elettolare di un candidato di cui non condividete la linea politica.

10. Disegnare la brochure per pubblicizzare un’automobile con il serbatoio del gas notoriamente a rischio di esplosione.

11. Disegnare un manifesto pubblicitario il cui uso prolungato potrebbe causare la morte del consumatore.

Si apre il solito dibattito: qualcuno pensa che questa rigidità sia un vizio borghese per chi può permettersi di non scendere a compromessi, altri fanno dell’assoluta coerenza con i propri principi l’unica vera raison d’être. A me il fatto che un Milton Glaser esista mette un certo ottimismo.

Per chi volesse conoscere un po’ meglio Milton (o semplicemente dare un’occhiata ai suoi lavori importanti) ecco un documentario di dieci minuti sponsorizzato Adobe.

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Ci sono 1 commenti

  1. [...] Milton Glaser aveva già parlato a fondo Guido parecchio tempo fa, ma ieri mi sono imbattuto in un estratto di un suo discorso del [...]

    pingback dal sito I dieci consigli di Milton Glaser | Personal Report il 11 ottobre 2010 alle 08:34

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