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4 marzo 2009

World Press Photo

Irruzione a Cleveland, Anthony SuauSfogliando il numero 783 di Internazionale ho trovato con piacere un breve articolo di Christian Caujolle, fondatore dell’agenzia fotografica VU, a proposito dei risultati dell’ultimo World Press Photo Contest. Per i pochi che non lo conoscessero, si tratta del più celebre premio di fotogiornalismo del mondo. La cerimonia di premiazione si tiene ad Amsterdam sin dal 1955, anno della sua istituzione.

Cercando in rete informazioni a proposito delle fotografie vincitrici di questa edizione ho trovato solo un gran numero di post che mostrano e descrivono la foto di Anthony Suau per Time, vincitrice del primo premio: lo scatto immortala in bianco e nero l’irruzione di un poliziotto in una casa pignorata a Cleveland per una ricognizione. Ovunque sono riportate le parole di MaryAnne Golon, presidente della giuria, che esplicita in modo quasi didascalico il potere comunicativo della fotografia in questione:

la guerra nel suo senso classico arriva nelle case della gente che non può più pagare i mutui”.

Quello che invece ho finalmente trovato nell’articolo di Internazionale e in pochi altri interventi in rete è un’analisi critica dei risultati e una nota polemica. I risultati del concorso, a detta di Caujolle, mostrano “le tendenze del momento e spesso annunciano alcune linee guida di quello che si sta sviluppando”. In particolare l’edizione di quest’anno “è deliberatamente incentrata sugli Stati Uniti”. Per sostenere la sua tesi porta due esempi lampanti che riassumono, con linguaggi opposti, lo spirito del momento: oltre alla foto di Suau, che mostra gli effetti della crisi economica in America, anche lo scatto di Callie Shell che ritrae Barack Obama in un momento di tenerezza con la moglie ha vinto un primo premio, nella categoria People in the News.

Obama, Callie ShellOra, è chiaro a tutti che nel 2008 gli Stati Uniti sono stati al centro dell’attenzione del mondo per il periodo di enorme cambiamento che ha attraversato, ma perché questo deve  portare a delle scelte praticamente scontate da parte della giuria? La sensazione è che non venga più premiata l’abilità del fotografo, ma il saper documentare l’avvenimento dell’anno. Sembra che le qualità classiche del fotogiornalista, ossia il suo saper essere al posto giusto nel momento giusto e la sua padronanza della tecnica fotografica “d’assalto”, vengano messe da parte per documentare comodamente il “prima” e il “dopo” dell’avvenimento: sembra che l’interesse generale non sia più centrato sul fatto in sé ma sul suo contorno. Come fa provocatoriamente notare qui il fotografo Andrea Guerreri, una delle immagini più cliccate del nuovo millennio è un “prima” che non è mai stato immortalato realmente, ma che affascina immaginare come vero, perché è un attimo che sarebbe potuto esistere.

Turista sulle Twin TowersA questo proposito il nostro Caujolle si lamenta del fatto che alla fotografia di Sebastian D’Souza, photo editor del Mumbai Mirror, che ritrae uno dei terroristi in azione durante gli attentati di novembre in India, sia stata riservata solo una menzione d’onore nella categoria Spot News.

Terrorista a Mumbai, Sebastian D'SouzaSta forse cambiando la definizione stessa di fotogiornalista? Ci si sta accomodando sul reportage comodo, sulla perfezione compositiva e sull’impatto estetico? Possono esistere ancora testate pronte a rischiare soldi (e magari vite umane) per catturare la storia nell’attimo stesso in cui sta accadendo? A voi le riflessioni a riguardo.

Concludo il mio primo post su Personal Report segnalandovi che le fotografie premiate verranno esposte a Roma dall’8 al 28 Maggio 2009, come ogni anno, presso il Museo in Trastevere. Il catalogo, pubblicato da Contrasto con tutte le foto premiate nel 2009, sarà in libreria in contemporanea con la mostra.

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Ci sono 6 commenti

  1. certo. ma chissenefrega di documentare la storia mentre sta accadendo, quando la storia non ha senso in quant tale se non per quello che lascia? il momento decisivo é sensazionalismo facile e voyerismo. la potenza della fotografia é quella di creare sistemi/contenitori di significato. ovvero informazione. sennó é da paparazzi.

    scritto da federico clavarino il 8 aprile 2009 alle 20:59

  2. Anche io credo che documentare "ciò che la storia lascia" sia doveroso, ma non per questo si deve bollare il fotogiornalismo d'assalto come roba da paparazzi e accantonarlo. Per poter avere una visione completa delle conseguenze è necessario capire innanzitutto la sorgente da cui tutto è scaturito, e le immagini di quei momenti sono un mezzo potente, seppur parziale, per farsene un'idea. Che senso ha documentare (comodamente) il ritorno a casa del soldato americano dall'Iraq, fotografare il suo abbraccio con la fidanzata e le lacrime della madre senza conoscere lo scenario apocalittico in cui ha vissuto fino a quel momento? Non credo che Robert Capa ai suoi tempi sia sceso sul campo di battaglia per fare del facile sensazionalismo, bensì per mostrare al mondo che "la storia in quell'istante" era fatta da uomini reali che a volte morivano sotto i suoi occhi. E come allora anche oggi esistono fotogiornalisti impegnati in luoghi pericolosi per fare la stessa cosa sua, cioè informazione.

    scritto da Simone il 8 aprile 2009 alle 21:44

  3. E' divertente notare che per avvalorare la tua tesi (che sposo, assolutamente, in pieno) tu abbia proprio citato Robert Capa, il più famoso e storicamente conosciuto dei reporter. Robert Capa?! Sei sicuro di non voler cambiare?! Il Robert Capa che ha fatto del dubbio l'icona del suo modo di fotografare? Nessuno ha mai pensato di mettere in forse la potenza di quelle foto, come il fatto che il culo, Endre, lo ha portato in tutte le zone di guerra di cui ci ha mostrato un volto, eppure... ancora non è chiaro se sono veramente attimi rubati, o una semplice ricostruzione a tavolino di quello che verosimilmente sarebbe potuto accadere. Probabilmente così falso da sembrarci tremendamente vero. Per cui chissenefrega se il primo premio è stato dato valutando l'istante decisivo o la lenta e pianificata composizione a freddo dell'immagine, l'importante è che il messaggio arrivi,più forte e più velocemente possibile, il come è ininfluente.

    scritto da Matt il 12 aprile 2009 alle 17:07

  4. Forse sto fraintendendo il senso del tuo commento, e in questo caso me ne scuso. Io credo che il "come" sia molto influente. Capa effettivamente è un caso anomalo, grazie per avermelo ricordato: se le supposizioni fatte fossero confermante si tratterebbe di fotografo d'assalto che pianifica a tavolino le proprie fotografie: un'aberrazione, ai miei occhi. Io confido ciecamente nell'onestà del fotografo e nella sua buona fede, forse sono ingenuo. So che nessuna fotografia sarà una registrazione oggettiva della realtà, e non lo pretendo neppure essendoci di mezzo l'occhio del fotografo, e questo lo metto in conto come meravigliosa caratteristica insita in ogni mezzo di documentazione in mano all'uomo. A questo punto però pretendo, da grande credulone, che la scena presa in considerazione sia reale e non pianificata per sembrare "ancora più reale" e più potente: stiamo pur sempre parlando di fotogiornalismo e non di fotografia cinematografica. Se Capa avesse davvero pianificato la scena da immortalare, seppur altamente verosimile, allora avrebbe dovuto specificare che si trattava di una ricostruzione dei fatti. Mi aspetto questa onestà intellettuale sia dal fotografo di guerra che da quello che fa reportage "comodi", a meno che non sia esplicitato un fine diverso dalla semplice documentazione. Ma forse la pensiamo allo stesso modo...

    scritto da Simone il 14 aprile 2009 alle 15:42

  5. Sapevo che se tu avessi risposto (cosa tra l'altro che speravo) ci saremmo infilati in un tunnel senza via di uscita...Ho provato a fare una ricerca su internet per vedere se trovavo qualcosa di esaustivo sull'argomento, e il risultato è questo sito: http://www.photographers.it/articoli/capa.htm Ora riassumendo, perchè immagino che non tutti abbiano voglia di leggersi 20 pagine di articoli di giornale mezzi in spagnolo e mezzi in inglese, la foto tanto famosa quanto travagliata di Capa, che ritrae il miliziano in procinto di tirar le cuoia, è stata fortemente messa in forse dopo la pubblicazione da parte di "Vu" di due foto in cui entrambe ci mostrano la morte di duemiliziani nello stesso angolo di visuale della camera, ma uno dei due miracolosamente scompare. Ora io sono religioso, è vero che non sono molto praticante, ma penso che anche un integralistanon prenderebbe in considerazione la possibilità che uno dei due miliziani sia salito direttamente in paradiso (o più probabilmente sprofondato all'inferno). Cmq, non penso sia possibile arrivare a una conclusione su questa disputa, notando anche la mole di argomenti rintracciabili a favore e non. Il senso del mio discorso è che non sempre per vedere blu, bisogna effettivamente vedere un colore blu,a volte bastano i suoi complementari, magari il risultato è anche meno banale e più apprezzato. Un altro punto di riflessione è questo libro "Requiem" edito "Random house" che non ti consiglio, o almeno a me personalmente non ha trasmesso quello che mi aspettavo... Però se ti soffermi a leggere anche il sottotitolo : "by the photographers who died in vietnam and indochina" la cosà può far riflettere sul fatto che per ottenere risultati d' eccellenza non vi è l'unica via del fotogiornalismo d'assalto.

    scritto da Matt il 16 aprile 2009 alle 00:21

  6. scritto da Guido il 16 aprile 2009 alle 10:58

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