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18 febbraio 2009

OBEY Shepard Fairey

Obey Giant a BostonShepard Fairey nasce nei primi anni settanta in California e studia a Providence, nella Rhode Island School of Design (nota ai più per la recente direzione di John Maeda, di cui parleremo presto).

Non ancora ventenne Fairey pone le basi per quella che lui stesso definirà “Propaganda Engineering Industry”. La sua prima operazione di adesivi e poster ha visto come protagonista l’immagine di un famoso wrestrel con la dicitura “André the giant has a posse” — inside joke per skater e frequentatori del mondo underground. In seguito ad un’attività legale da parte dei detentori diritti del nome “André The Giant”,  Fairey modificherà lo sticker rendendolo più stilizzato e sostituendo il nome “André The Giant” con “OBEY“.

Dopo un paio d’anni scriverà un manifesto per dare una dignità artistica all’invasione dei suoi sticker e ne parlerà come “un esperimento sul concetto di fenomenologia proposto da Heiddegar”, sempre citando le sue parole (tradotte):

“La fenomenologia cerca di mettere le persone in grado di vedere chiaramente quelle cose nascoste sempre sotto i propri occhi,  quelle cose date per scontato che sono praticamente invisibili all’osservazione distratta. Il primo obiettivo [...] è di risvegliare lo stupore per l’esplorazione dei propri spazi. [...] Obey infatti non ha un significato in sé stesso, ma è solo un modo per avviare delle reazioni nelle persone e nella loro relazione con lo spazio in cui vivono.”

Della sua concettualità poco c’importa, anche perché il suo percorso si è arricchito presto di un valore pop-”sociale” sempre maggiore che ne ha amplificato la risonanza e che ha dato maggiore  forza al suo messaggio. Oggi realizza manifesti sulle operazioni in Iraq e, arrivando subito al caso più noto, per il sostegno di Obama.

Questo post nasce in seguito a due episodi:

1. Obey, a Boston per inaugurare la sua prima grande mostra personale, viene arrestato il 24 gennaio dalla polizia locale per aver danneggiato proprietà pubblica.

2. Obey viene accusato dalla Associated Press di aver rubato un’immagine coperta da diritti e averne tratto profitto illecito.

Ora, al di là della curiosa mossa della polizia americana, quello che incuriosisce è la tematica del plagio e dei conflitti di copyright. Il dibattito è piuttosto acceso, qui un articolo molto approfondito sul prolungato plagio ad opera di Fairey (qui e qui qualche immagine di esempio per i frettolosi) e di qua un altro articolo —attrettanto approfondito — che difende Fairey e la sua operazione di “riappropriazione” artistica.

Da citare infine l’intervento fatto da Milton Glaser (protagonista della grafica americana) che, senza lasciare spazio ai dubbi, accusa Fairey di plagio, perché le sue copie “non aggiungono nulla all’opera originale”. In effetti, da uno che nel 1966 ha fatto un ritratto così di Bob Dylan e che consideri questo come “riappropriazione”, non potevamo aspettarci altro che un commento del genere.

Nel dibattito emergono una serie di questioni piuttosto scottanti. In primo luogo che non è semplice tracciare un confine tra la “citazione”-recupero e il plagio;  in secondo luogo che è ancora difficile per noi abituarci all’idea dell’opera d’arte come operazione concettuale di decontestualizzazione di qualcosa di già esistente (Warhol e Lichtenstein per restare nel campo delle arti visive). 

Insomma, chi pensa al fatto che l’operazione Obama di Fairey sia stata un modo per arricchirsi con il lavoro di altri (il fotografo in questione, tra l’altro, sembra il meno interessato alla faccenda), chi pensa che la rivisitazione stilistica operata da Fairey sul ritratto sia il fattore chiave della diffusione globale di quella immagine tra tante altre. Chi dice che Fairey faccia solo volontariato per sensibilizzare le masse su importanti tematiche sociali, chi dice che Fairey abbia sfruttato i suoi “quindici minuti di fama” per costruire un colosso economico privo di contenuto.

Ognuno prenda la parte che trova più giusta, ma il signor Fairey sembra molto meno copyleft quando scrive lettere come questa (update: la lettera è stata rimossa dal web) al brioso ragazzetto texano noto come Baxter Orr.

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